Quando muore un poeta non si può non temere che muoia anche la poesia. Certamente un po' di essa si spegne con l’andare oltre lo Stige di colei che ha guadato il fiume. Si spegne quella poesia, quella mano precisa. Quella vita che di vita viveva e ne rendeva l’arte del vivere come poeta. Non amo necrologi, né liriche per chi fino a ieri c’era e di un colpo ci lascia il suo remoto, perché se era un poeta resta tale e concepisco solo un eterno presente per la poesia. Poeta e non poetessa, poiché mi disturba quel femminile aggiunto dal suono storpiato, variante minore o diversificazione della matrice Artista. Il suono è parte della natura delle cose e ‘Poeta’ non ha identità di sesso, così come Artista. Ma è un fatto mio, un piacere mio non segnare differenze se versi immortali o grandi dipinti, opere del genio che si è donato senza requie, siano femmine o il suo opposto, è arte! Punto. Penso ad Alda Merini, poeta, in quanto vita da poeta, ed Artista. Che piaccia o meno a quel tale o tal’altro partito, se sia difforme o integrata ad ogni corrente l’opera sua, l’Artista scorre ovunque e ancora e dopo nel tempo scorre di più.
Ed ecco il punto. Si vede crollare il Gigante nell’istante del crollo e non prima. Il giorno in cui non ci sei più, il giorno in cui la tua dimensione mortale non limita o fa temere di vederti grande. Cessa il corpo e resta l’opera e allora anche i frusti malversi che l’hanno ignorata, i nemici dell’arte in persona o di quei precisi versi, ne sono affranti, pentiti, in pieno rimorso.
Male che l’arte e l’artista non scorrano altrettanto apprezzati da vivi, onorati e riconosciuti, ma tant’è!... Ignorare l’esempio, no? Non vorremo metterci a dare importanza a chi magari ci fa vergognare di vivere così distante dalla poesia, no?
Non sono mai stato un appassionato ad oltranza della Alda Merini, non già per l’artista o per la donna, bensì per la riottosità nel dover accettare quanto sia vero l’assioma: l’arte nasce da una vita ad arte.
Qualche anno fa lessi un’intervista piuttosto lunga e una specie di biografia della Merini. Una poeta vera. Una che vive in poesia. Genera poesia. Lascia poesia. Una volta che lei non c’è più, non è un timore da poco che anche la poesia vada via.
Chi, tra i leccaculo e nuotatori per la Sardegna (come definì la Merini alcuni colleghi disposti a tutto pur di accaparrarsi un premio o un riconoscimento), vive o è disposto a vivere in poesia? A non offrire un po' della propria dignità per qualche soldo in più?
Non si è poeti perché si cagan versi, o si propende a cagare rime… La poesia nasce dalla poesia della tua vita, dall’estremo in cui un poeta si immerge e nuota, mentre altri non reggerebbero la sola idea dell’apnea o del benché minimo fuori asse. I poeti sono sempre poveri, benché non alla fame o non privi di mezzi! Poveri per scelta poiché non vivono di Cose ma solo di attenzione, empatia. Non possiedono, attraversano. Non insegnano ma indicano con forza. Non si compra un poeta, nemmeno quando per amore della sua poesia e della sua vita si paga un piccolo prezzo di copertina. Tuttavia, quantunque non ci si compri che carta, parte di quella vita entra in casa tua. Ma non è detto che entri in te.
Da qualche anno si vedono poche mosche. Non che ne senta la mancanza, però anche questo, insieme alle rara presenza di farfalle, api e lucciole, dà la sensazione di come sia mutata la questione ambientale. Quando ero piccolo di mosche ce n’erano tante, ma proprio tante: centinaia! E grosse , ma proprio grosse. Va bèh, magari le vedevo enormi come ogni ricordo d’infanzia, ma di sicuro ce n’erano molte di più di quante se ne vedono attualmente in giro.
Mia nonna viveva in una casa al piano terra, con l’ingresso su di una strada popolare del centro storico. Non so per quale ragione casa sua, rispetto quella dove abitavo, era sempre infestata di mosche. Passava ore, seduta nella frescura della penombra, a scacciarlecon una tovaglietta di lino, schiacciandone ogni tanto qualcuna con un affascinante frustino alla cui estremità c’era un cerchietto di paglia intrecciata. Uno schiaccia-mosche di lusso! Il suo scettro. In quella guerra alle mosche mi ci mettevo anche io, benché la vecchietta scuoteva il capo mormorando: “Inutile... a te ti fanno fesso!” Rinunciai presto nel tentare di acchiapparle al volo, e per tigna m’ingegnai per catturarle in vari modi, tipo bicchiere, libro aperto con le briciole di zucchero… colla e zucchero… pensai persino di ammaestrare dei ragni. Mi lambiccavo il cervello per escogitare un sistema che ne facesse fuori il più possibile, tipo rete per i pesci. L’immancabile carta moschicida tutto sommato faceva il suo lavoro, ma non mi divertiva. Mia nonna sospirava e continuava a sventolare il suo pezzo di stoffa bianca, come una resa al nemico, per poi colpirlo a tradimento.Avrei dato non so cosa per prendere le sue armi. Cosa che non mi concesse mai. Il crescere mi fece dimenticare la mia guerriglia fatta di appostamenti pazienti e delusioni.
Anni dopo ero a casa di un parente in campagna. Benché tutto intorno vi fossero alberi da frutta e mucchi di letame, in casa non c’erano mosche. Giusto una o due, ma niente di più.
A parte la corona di fiori in vaso che circondava l’abitazione e ai quali si attribuiva un qualche potere reiettivo, il vecchio zio aveva escogitato un sistema per tenere le mosche ben lontane dai locali interni di casa sua e persino dalla stalla: le ubriacava.
In un vecchio catino sistemava qualche avanzo di carne cruda, miele e zucchero, innaffiando il tutto con un succo di mele leggermente alcolico. Più passava il tempo e più tra caldo, zuccheri e fermentazione quella roba emanava un odore indefinibile. Mosche, vespe, zanzare, mosconi, tafani… tutti indistintamente attirati da glucosidi ed emato-particelle, si concedevano una sosta al bar ristorante Heureux et Cadavres. Il contenitore di latta si riempiva d’insettacci, che sembravano attirare altri insettacci, come i posti alla moda, tutti rincoglioniti, incapaci a spiccare rapidamente il volo e troppo fiacchi per sfuggire alla spruzzata di vecchio buon cancerogeno DDT. Lo zio risistemava ogni tardo pomeriggio la trappola dopo averla svuotata e pulita, “Sennò imparano l’odore del DDT e si fanno furbe!”
Sua moglie lo prendeva un po' in giro e ci teneva a spiegare che la casa era pulita, troppo pulita per le mosche, per questo che ce n’erano poche. Tuttavia era innegabile che un bel po' di cadaveri lo zio li procurava. E poi questo cosa significava? Che mia nonna viveva nello sporco? A me non sembrava e ignorai la tesi che deprezzava l’opera del vecchio.
Alla prima occasione comunicai l’idea a mia nonna che si mostrò scettica. Allora preparai la magica soluzione procurando tutto l’occorrente e sistemando il catino appena fuori dalla porta di casa sua.Dopo un’oretta, verificando soddisfatto che funzionava, me ne andai. A sera tornai per controllare il risultato ma il catino era vuoto, persino pulito. Né insetti né nulla. “Che lo hai già lavato? Hai avvelenato le mosche?”, “No.” Disse mia nonna rassegnata. “E che fine hanno fatto?”, “Stanno qua non le vedi?”, “E… la carne, il miele… eh?”, “Se, se… figlio mio! Qua ci sta gente più alla fame delle mosche!”, “Che schifo!… ma era già pieno di mosche!”, e lei serafica quanto seria: “ Eh!... Sperammo che gli sono abbastate!”
“Non entrare in salotto! Hai capito? Non ci devi entrare per nessuna ragione." “Ma a che serve se sta sempre chiuso?” “Tu sei un ragazzo e non puoi capire. Il salotto è importante. Dì un po'! ci sei entrato?” “No mamma. Lo giuro!” E poi mi guardava così, con mezzo sopracciglio alzato, la testa piegata da un lato e la bocca storta, come se gli facessi schifo. Sai quel modo di guardare che significa “Stai dicendo cazzate!” ?
“Tua sorella ha detto che ci sei entrato!” “Ti giuro di no!”
E poi arrivava mia sorella, che si divertiva a mettermi in mutande alla prima occasione, e diceva:
“Si invece! Ti ho visto io!” “Non è vero! Tu non puoi avermi visto!” “Ah! Vuoi dire che lo hai fatto di nascosto!” indagava mia madre “No, non l’ho fatto! per questo che non è vero che mi ha visto!” “Adesso guardami negli occhi e dimmi la verità!”
Ma mica aspettava che dicessi qualcosa!
“Tu ci sei entrato, confessa. Se me lo dici ti perdono!” “Ci si è infilato mamma!” “No!” “Si!” “No!” “Si!” “No!” “Si!” “Ti ho detto di no!” E mi scappava da piangere. E mia madre diceva che se uno piange è perché non ha la forza della verità. Ma porca puttana, io non ci entravo in quel salotto del cazzo! Ma ogni tanto, quando mi facevano il terzo grado, mi scappava da piangere. Anche mio padre ci si metteva... “Se tua madre ti dice che non devi entrare in salotto devi starla a sentire, sennò vedi!” E io piangevo. Mi ci sono fatto lacrime e lacrime per sto salotto di merda. “Non mi piace quando dici bugie, vai a confessarti!” Non è che loro andavano in chiesa ma era quell’aggravante in più che dovevo pagare per il salotto del cazzo. Tutto coperto di plastica. Da li ho cominciato a pensare che la plastica serve a proteggere le cose, una specie di scudo, una cosa da tenere sempre vicino. Come i preservativi. Un cazzalotto infasciato!
“Ti sei mai confessato?” “No, Non vengo nemmeno a messa.” Non gliene fregava un cazzo al prete. L’orario diceva “Confessioni: 18,30-20,30 quelle lunghe. Le altre mezz’ora prima della messa.” e lui smaltiva il turno serale sempre scazzato.
“Male! Bisogna mondarsi dai propri peccati. Che hai fatto?” “Niente!” “Se stai qui ti senti in colpa. Confessa così stai meglio.”
Me ne sono andato e vaffanculo! Però avevo scoperto una cosa: Sensi di colpa. Quando li scopri sono cazzi amari! Già!
Al liceo ho chiesto a mia madre perché ci teneva così tanto al salotto che stava solo a occupare una stanza e basta. Ogni tanto veniva gente, quasi sempre qualcuno a cui leccare il culo. “Ci fai entrare solo quelli che mi stanno sulle palle!” “Ignorante! Sai da dove viene questa parola? Sala per otto.” Mia madre era una puzzona perbenista. “Il doppio quadrato. L’ottagono della veggenza.”
Prese un articolo e me lo lesse:
Nel 1558, Orace De Lensanne, un Ugonotto ben inserito nella corte di Enrico II, fondò L’Octagone, una Associazione Segreta, la quale mirava a comprendere e influenzare lasocietà francese, ancora afflitta da qualche malumore dei nobili nostalgici ex feudatari, ostilealla regina: Caterina De Medici, considerata una straniera, vanitosa e sperperona.
La setta era divisa in 4 gruppi principali, dove erano compresi otto saggi scelti nella parte più abbiente del ceto popolare, 4 madri e 4 padri; 8 Veggenti, tra cui dei religiosi; 8 personaggi con ruoli di rilievo nell’esercito e 8 personaggi di arte e cultura. E diverse cellule esterne di otto elementi, tra sostenitori, aspiranti e simpatizzanti. L’intera setta doveva avere sempre un multiplo di otto, per un massimo di 72 componenti, numero cabalistico. Il numero dei tarocchi e delle schiere angeliche. Se un componente veniva meno, l’intera cellula a cui apparteneva veniva isolata dalla setta e se ne ricomponeva un’altra. Le riunioni del vertice, erano organizzate con 2 rappresentanti per ciascuna delle 4 cellule principali, dove si decideva e si organizzava ogni strategia. Si stabilì che ogni componente delle cellule principali avrebbe messo a disposizione un locale riservato, la Sala degli Otto, dedicata esclusivamente alle riunioni del gruppo di vertice. Da qui l’esclusività dell’essere invitati nelle Sale degli Otto: Il salotto. La setta non produsse nulla di rilevante, anzi, spesso si rivelava incapace ad offrire una qualsivoglia idea degna di nota. Tuttavia quelle riunioni assunsero sempre maggior rilievo nella considerazione generale, sia a corte e tra i nobili, che nella nascente borghesia francese. Con la vocazione mondana e al lusso di Caterina de Medici, si stabilì che durante le riunioni, per il rispetto dovuto alla popolarità della setta e dell’evento, ci si sarebbe sempre degnamente abbigliati e mai due volte con gli stessi abiti.
“Con questa ricerca ho preso un bellissimo voto!” I voti di mia madre. Io li avevo più alti. Ma a che cazzo serve avere voti alti quando non riesci a guardare che in basso?
Un mio amico che faceva l’università, se ne esce: “Tu piangevi perché in fondo sapevi che lei aveva ragione!” “Ma che cazzo stai dicendo?” “Non entravi nella camera proibita, ma proprio perché era proibita lo desideravi! Era il tuo desiderio che ti faceva sentire in colpa e piangere.”
Cristo! quando non capisci un cazzo c'è sempre qualcuno che ne esce con qualche stronzata e ti spalanca un mondo! "Allora, se desideri fare una cosa e non la fai è inutile perché è come se l’avessi fatta lo stesso.?", "Hai capito. E' così!"
Quell’anno ho dato fuoco al salotto di mia madre e mio padre era contento che finalmente ci si faceva la palestra. “Tu e tuo figlio lo avete sempre odiato il MIO salotto!”A mia madre non andava giù la storia. Niente salotto e niente palestra! Per una vita quella era convinta che mi stava sulle palle e alla fine mi è stato sulle palle davvero. Però… aveva un suo fascino mentre bruciava. Soprattutto il divano di vera finta pelle marrone -verde come la merda di campagna. Il mio sogno è bruciare un salotto con tutta la gente! Ma non uno normale.. uno di quelli da poveracci… qualcuno di quelli dove ci va gente importante, che ne perlano sui giornali... in tv. È un po' come inaugurare un grattacielo dopo che sei riuscito a costruire solo cucce per cani! Eh?
Nikche intanto da fuoco ad un’altra ciospa gialla (solo a quelle)
Chi dice che la saggezza si alligna nella ragione condivisa?
No… se dicessi che sono di ferro direi una cazzata! Io sono LU-CI-DO! Come l’ottone… mi fai una sigaretta?... me la fumo stanotte che sennò…. Che problema c’è?...
Guarda zio, che se poco poco ci vado a parlare non se lo dimentica più! Lo sai perché eh? Lo sai? Perché è dalla gente come me che quello non si aspetta che glielo faccio. Io sono buono, no? Mica che chissà cosa vado a fare o che partito mi sono fatto? È da me che lo sa.. lo sa… Non c’è bisogno di dire chissà che. Quello che conta è come capisce che sei sincero. E poi, diciamocelo zio, ho due lauree, due! Che ti credi che non so dove mi trovo? Lo so, lo so!... ma ci credi se ti dico che questa è la sola verità? Eh? Guarda… se me lo trovo davanti lo faccio parlare e poi…
“Sai cos’è? Che io sono nessuno ma ti voglio rompere il culo! E si che sei potente, saccente, gaudente, insolente, deficiente, arrogante, condensante, plaudente, sfottente e tutti gli ‘ente’ o ‘enti’ che sai inventare, pensare, proiettare, disfare e rifare, assaporare, mondare, rinnovare, pagare, incassare.. ti piacciono sti verbi? Bene!... siccome stanno nel devoto Oli, prendilo per intero e ficcatelo nel culo che tanto sennò lo faccio io!!”
Eh? Fammi ridere và… che sennò ti preoccupi. Non odio solo lui…
Per esempio: riesco ad odiare come nessuno, sia Odino che quel pezzo di merda di Alì babà!
Odino perché...: chi cazzo è? Che fa’ scopa?… comanda?… manda fulmini o raccomandate? Eh?
Alì Babà, no?! Ma come? Dico, tu hai trovato un cazzo di sistema per fottere i fottitori e ti caghi in mano?
(silenzio)
Lo avevo detto alla Mazzinelli che Alì Babà è un infiltrato. Anzi che è un frocio!! Quello i quaranta ladroni se li sogna nudi! Che fanno la coda per lui che c’ha la lampada. La Mazzinelli lo sa che la lampada è la fica. È d’accordo con me e dice che l’anagramma di Alì Baba è ‘A Babila’ la piazza dei fasci anni ’70 a Milano, è lì che si davano appuntamento. Mi hanno pestato un sacco di volte…
(silenzio)
Cosa c’è? Ho detto frocio?… si! e allora? Froci! come tutti quelli che sono una cosa e fanno finta che sono un’altra! mica gay!?! Nicolino dice che la gente non è né gay né altro, è gente, ma mi spiegate perché c’è sempre qualcuno che alla fine se ne esce che il mondo è sempre bello o sempre brutto e ti tira fuori ogni cazzata o pure cose troppo intelligenti ma solo per darsi ragione e dare ragione che dice ‘ogni cosa è relativa, né oggettiva né soggettiva né del tempo che lo spazio è inesistente…?’ ma che cazzo vuoi dire? Relativo o no? Tutti uguali o no? Siamo bestie o padreterni? O no? Allora se ogni persona o testa di cazzo alla fine è sempre buono o cattivo che stiamo a parlare e a fare che?! Eh?! Fatti capire cazzo! Fatti capire che dai ragione a tutti giusto perché non te ne frega un cazzo della ragione che quella non esiste se è relativa a questo o quello e che se ne parla allora!!? Dimmi: o no?
Ma se devo dirla bene la dico bene e se devo dirla brutta la dico brutta, ma se devo dirla calda ti do fuoco, porca madonna!!
(Mi fissa)
No! No… no… no! Non… non bestemmio più io… sai perché zio? Perché la madonna era una donna, bella buona e magari pure vergine, ma secondo il vangelo che non vuole altro dio e non ha pensato di dire che non vuole altro dio ma neanche dei vice, dei segretari o l’agente! E cazzo! Io amo la madonna per come è disgraziata e sfruttata!... Cristo!... anche questo poi… s’è inventato il padre nostro… in un mondo di figli di puttana! Tranne lui! La madre? Brava donna… un santa! Ah! Ah! Ah!
(silenzio)
No davvero.. come cazzo ha fatto a diventare una pop star?
(silenzio)
Però per dirtela di politica, zio…
E fanno bene i bombaroli
E quelli che scatafasciano ‘sti cazzi di ‘alleati’ di governo
E quelli che rubano
E quelli ches’infilano una mano in tasca e chissà com’é te la ritrovi su per il culo!
(silenzio)
E quelli che sti cazzi la sinistra in crisi che mi pare un malato di cirrosi che si è fottuto il fegato perché le seghe, quelle nascoste, quelle di ‘partito’, del fronte democratico, delle primarie , del capire dove và (ma che? se sono quelli che non va niente?), del mettere al primo posto e poi e poi, dell’aver perso la base ma guadagnato l’attico, che se le fanno con bistecche di provenienza sospetta, con la stessa mano per tutti ma senza disinfettarla, senza preservativarla… perché si deve mettere il condom anche alle mani che stringi o che, tu potente del cazzo, costringi a masturbarti!!
È così che si riesce a fottere il fegato! Per questo che manca. Ma sai cos’è zio? È che c’è una confusione ma una confusione… sono le cellule del cervello che muoiono, come le mie, zio! Come le mie ma di più a loro! Perché io so che ne perdo un milione al giorno ma poi mi alleno a pensare e a farlo lavorare questo muscolo qua… e almeno novecentomila si rifanno, ma quelli?
Quelli hanno il ‘giro’ fisso in testa e allora non vanno più da nessuna parte con la capoccia, che si sa che se stai sulla giostra non fai fatica… no? Invece io non sto sulla giostra, io! Io vado da tutte le parti zio! Lo alleno bene questo muscolo qua! Per questo che ho tante idee e so sempre come si levano le rogne!
(silenzio)
Dài! Chiedimi qualcosa che non capisci! Dai!
L’amore? È una tabellina. Se fai quella del due va sempre bene che si fanno le coppie… capito?
La felicità? Va a 2000 all'ora e si acchiappa nelle curve ma dalle curve si cade! eh! Ci arrivi? la fortuna? Non esiste! Un po di culo basta ma ci devi fare i calli, sennò...
Vuoi sapere del futuro zio? Del 2011? Cade il governo delle rane del Po', ma non dal parlamento, dal Po’! L’Europa unita nel 2022 finalmente viene! Ci vorranno ancora 13 anni d’inculamenti l’uno con l’altro per farli venire. Ma gli inglesi moriranno prima del 2040 perché non scopano già più e gli stranieri si romperanno le palle a farlo per loro…. La lira è morta, zio. Morta. Adesso tocca al liuto, poi al violino e alla fine alla chitarra… e buonanotte ai suonatori.ah! ah!... l'hai capita questa?
(silenzio)
…………. Mah! ……… la Mazzinelli è innamorata di me. Me lo ha visto! Dico il cervello… …. … anche il cazzo! nel turno di notte…. (silenzio) ….. zio… io qui ci muoio se non scopo… (silenzio) … secondo te faccio figli come me?.... … per questo, eh?... per questo che nemmeno a pagare me ne mandano una…..
(silenzio)
Che dici? Esco di qui zio? Io dico che è meglio di no che sennò poi devo pensare al lavoro, alla famiglia, agli amici, alla politica, alla religione tutt’assieme! Non si può, zio! Eh no! Troppe cose insieme non fai un cazzo di niente bene!
(silenzio)
Se mi vieni a trovare domani o il prossimo mese ti dico il segreto di Berlusco e di quel frocio del ministro Marchetta. Non lo conosci? Ah! Ah! Ah!... non ci credo! Guarda che si chiamano tutti Marchetta!
Vai, vai… che sennò diventi troppo intelligente! Ciao Zì!
Poi mio nipote, più vecchio di me di dieci anni, se ne va ad allenare i neuroni e io ho deciso di scriverci qualcosa un giorno o l'altro. Questo è l'altro.
Il furto e’ legittimo quando si tratta di sopravvivenza. Rob Roy....
Una volta giocavo al ristoratore. Una piccola città di provincia, abbastanza ricca e annoiata per gustare qualcosa d’inusuale per i tempi. Cucina semplice, immediata e senza cotture e/o trucchi da chef avvelenatore. Niente mix carne e cereali, sempre ben separati in ricette e proposte, verdura dell’orto e di stagione, pesce semicrudo, vino non trattato, succhi di frutta fatti lì per lì, birra artigianale e fresca, etc…
Sfangavo gli inizi a fatica. Una sera entra una coppia improbabile. Uomo e donna, d’età insondabile né giovani né troppo maturi, dal vago aspetto trasandato e discretamente olezzanti. Niente di che, certa gente, ricconi del settore orafo, puzzavano anche peggio, ma quei due non avevano molto l’aria di stare messi bene a quattrini.
Vado ad accoglierli io che la ragazza, la mitica Silvia De Bon, in sintonia con il cognome, stava zoccoleggiando ad un tavolo di quelli da grossa mancia. Era in gamba, veloce, scaltra, preparata e molto convincente. Diciamo che la metà dell’incasso derivava dalla sua presenza e da quella della sorella più piccola al banco bar, un’altra fiera De Bon. I due mi sorridono e chiedono un tavolo appartato. Ho pensato che fossero due artisti da strada visto i due astucci porta strumenti che si stringevano addosso. “Violino e flauto traverso?” , "Esatto!" Solidarizzo e li avvio al tavolo più nascosto. Ordinano una pasta asciutta al pomodoro e acqua minerale. Mi fanno tenerezza e decido che un piccolo antipasto glielo offro io. Una volta servito il piattone di affettato, formaggi del pastore, verdure grigliate e pane, i due scuotono la testa e rifiutano. “No… questo lo offre la casa!” (Casa... si dice così) Davanti alla loro perplessità mi affretto a specificare che è uso offrire l’antipasto la prima volta che un cliente ci onora della sua presenza. La donna mi ha sorriso con tristezza mentre mi diceva che non desideravano altro che pasta al sugo o anche in bianco. Confesso che ci sono rimasto male. Ho risposto con un altro sorriso triste e ho portato via il piatto.
Intanto Silvia borbottava per la puzza che arrivava da quei due. “Sono due artisti da strada…” ma quella stortava ancor più il naso. “Lascia stare!” Era preoccupata che la cosa infastidisse i ‘suoi’ clienti. Figurarsi! Erano già così ubriachi ed arrapati che nemmeno se li spalmavi di merda se ne sarebbero accorti. E poi, alla fine, non capivano un cazzo della natura del posto e continuavano a chiedere roba inesistente sul menù: pasta al ragù, puttanesca, amatriciana, lasagne e polpette… scassando allegramente le palle circa la ‘leggerezza’ delle pietanze perché poi dopo un paio d’ore avevano di nuovo fame! E si che da quelle parti si mangiano brodini e consommé e spaghettini slavati, con il massimo di ‘Zzola’ fetente e formaggetti tipo formaggini Mio, spalmabili Atù e mozzarella Pirelli.
Una volta terminato il pasto (che ho provveduto fosse più abbondante ) i due artisti richiamano la mia attenzione. “Tutto bene? Era buono?” sempre la donna, che sembrava persino ringiovanita, mi assicura che era la pasta al pomodoro più deliziosa che avessero mai mangiato. Poi mi ringrazia per averli fatti entrare e sedersi a mangiare ed infine mi dice, con un che di tremolante nella voce; “Non abbiamo soldi per pagare.” Non so cosa mi ha preso ma è stato come se avesse detto il contrario. Non solo non mi ha colto di sorpresa, ma in quell’istante ho capito che se avessero tentato di pagare non avrei accettato. Nessun pietismo, la chiamerei ‘Fratellanza’ e basta. “Vorrà dire che quando avrete il necessario accetterete l’antipasto!” , “Possiamo tornare?” mi chiede l’uomo con una voce soffocata. Mi sono guardato in giro prima di rispondere. “La legge dice che non posso rifiutarvi un piatto di pasta, acqua e pane. Certo non posso trasformarmi nella mensa della caritas!...” Lui sorride. “Anche li non ci vogliono più. Gli stiamo sulle balle perché facciamo all’amore!”
Confesso che la cosa mi allarmò. Pensai di rivedere le mie posizioni. Immaginarli a scopare davanti ai clienti non mi riusciva gradito.
“Scopate… inmensa!?”, “Ma no! È che lo hanno saputo… La città è piccola e noi viviamo per strada… capisci?” “Porca puttana!”, pensai, “Ma tu dimmi se si deve affamare la gente perché anche in miseria si ama!”
Dunque: la legge prevede (o prevedeva, visto i tempi) che se uno non paga l’essenziale per la sopravvivenza non è perseguibile, ma consente di rifiutargli l’ingresso ed il servizio qualora abbiano già sfruttato questa opportunità.
I due giravano tutti i ristoranti, finché potevano, e ad ogni nuovo esercizio si presentavano per sfruttare un piatto caldo. Accolsi Melinda e Joike altre volte, e per buona pace di Silvia li facevo mangiare nel retro. Poi dissero che partivano, se ne andavano altrove che erano stanchi del clima freddo. e troppo propenso alle nebbie. Ho ceduto quel locale a Silvia, dopo una deludente e burrascosa relazione e, tra le altre cose, non mi ha pagato quanto pattuito. Ma in quell’occasione ho capito che cuore ed affari sono incompatibili ed ho lasciato perdere, visto che avevo già perso buona parte della mia dignità. Dopo qualche anno giunsi a Roma e tuttavia ricevevo notizie di Melinda e Joike; questo fino ad una decina di anni fa. Le loro sonate li hanno accompagnati in giro fino alla morte improvvisa di Joike. Melinda si è come dispersa da qualche parte, chissà dove. Quello che mi ha sempre fatto sentire un verme è che magari dividevano un panino in due ma i soldi per una cartolina li trovavano sempre. E poi mi chiedo perché in animo mi sento un barbone. Anima celtica e cuore rock.
“Buongiorno di cosa posso essere responsabile?” La tizia mi ha accolto con il solito sorriso del ruolo che le dà la sua divisa grigia. Avevo fissato l’appuntamento da un mese e più, ma non sapevo se quella mattina avrei avuto finalmente qualche croce da buttarle addosso. Ho aspettato che si aprissero le porte e mi sono caracollato dentro senza pensarci. Una volta superata quella maledetta soglia ed entrato nell’ufficio le parole mi sono venute fuori senza alcun intoppo, nessun tartagliare o incespicare o sudare freddo.....
“Intanto della mia infelicità! E di quella di tutti gli altri!”, “Bene. La devo avvisare però che questa colpa mi è stata già ampiamente consegnata. Anche a nome suo, come ha fatto lei a nome degli altri. Ha qualcosa di meno inflazionato?” L’ho guardata. L’aspetto dimesso, occhiaie, pallida, capelli sporchi… ma ancora in grado di sopportare ben altro. Ho pensato che sanno veramente scegliere bene il personale. Una cosa del genere mi avrebbe ammazzato dopo poche ore, invece quella se ne stava lì da quasi un anno! Ancora in salute e pronta! ....
Mi ha sollecitato con cortesia, dicendomi che non poteva darmi troppo tempo, che c’era già una fila chilometrica a cui dare sfogo. “…gente senza appuntamento che alla prima sollecitazione viene qui e ci rende il lavoro insopportabile. Del resto… siamo qui apposta no?”....
Meno inflazionato… magari originale. Ma che cazzo si può avere di veramente originale per incolpare qualcuno come si deve, a parte qualche cazzata? Ma come ho detto, le parole mi venivano fuori a valanga.....
“Del mio terrore di lasciarmi andare…”, “Béh, anche questo è molto gettonato…”. “…e della incapacità di godere delle cose belle.” Mi guardava con un che d’insofferenza. Sapevo che era roba comune, ma le sue occhiate di commiserazione non mi intimidivano. “E della mia maledetta voglia di tenermi tutto dentro per cogliere l’occasione di vomitarlo addosso a lei!” Per un istante si è come bloccata. Non capiva se avevo commesso l’errore di confessarle l’imbroglio o se c’era altro. Però sembrava sapesse che non sarei stato così stupido da fregarmi da solo confessando il pretesto per sfruttare il servizio pubblico. Quei due o tre secondi d’incertezza mi hanno ispirato. “E lei è la responsabile assoluta della mia dipendenza da questo ufficio!! Oramai non riesco più a dare colpe ad altri che non a lei.” Ha sorriso. Anche io. Ho sentito quel benessere indescrivibile che si prova a vomitare addosso a qualcuno le proprie debolezze senza nessuna remora. Quel piacere sublime d’incolpare chiunque tranne sé stessi per ogni deficienza che ci si porta addosso. Era meglio di quando l’ho fatto con i miei genitori, meglio che con le mie due ex mogli, meglio che con il mio capo, mio fratello, amici di una vita… In quell’istante ho capito quanto quel lavoro fosse straordinario, magico e al tempo stesso maledettamente concreto ed efficiente. Ammettendo la mia dipendenza da lei, dal suo ufficio, mi sono scrollato in un secondo tonnellate di rimorsi. “Per colpa sua ho sbagliato con la mia ex e non l’ho mai incolpata di nulla! Ed ora sono a pezzi per come l’ho trattata bene! Lei è la responsabile assoluta della mia buona condotta!” Avrei continuato per ore se fosse stato possibile, ma i miei cinque minuti erano scaduti e fuori c’era la fila che rumoreggiava. In ogni caso non avevo intenzione di andare via dopo il solito “Grazie! Prendo atto di quanto sia mia la responsabilità se…” etc. etc. e le ho chiesto di venire a cena con me una di queste sere. Ha sorriso ancora, ma stavolta era diverso. C’era una luce cattiva e vendicativa nei suoi occhi. Una piacevolissima sorpresa. Quell’aspetto da martire mi ha sempre fatto schifo, inibito. Ma è vero che quando ti muovi come il padrone della tua vita è negli angoli più impensabili che trovi le sorprese! Ho subito immaginato le cattiverie che ci saremmo detti prima e dopo scopate infami e violente. “Va bene. Ho il tuo numero, ti chiamo io appena ho finito e fissiamo!”
La ‘Comme Une Pingoin Agencies’ (CUPA) è la più efficiente agenzia di ‘Cuori in Contatto Costante’ le tre C, come recita il suo slogan. Fondata nel 1896 a Parigi come Agenzia matrimoniale 'Tout l’Amour de le Monde', meglio nota come TAM fino ad un ventennio fa, oggi è di fatto una mega multinazionale della caccia al partner. Quotata in borsa da quasi mezzo secolo non ha mai conosciuto crisi, nemmeno negli anni della Chiocciola, il ventennio in cui le persone sembravano essersi rintanate in sé stesse, nelle loro carriere, nei loro autoreferenti meccanismi emotivi , una sorta di ermafroditismo emotivo e sociale. “La nostra materia prima è la paura della solitudine…” ripete regolarmente il presidente Jacques Moillard alle assemblee dei soci, “…ed è inesauribile, gratuita e di grande duttilità!”
La CUPA ha messo a punto un sistema ben differente da qualunque altro in circolazione per determinare affinità ed interessi tra individui. Un sistema talmente efficiente che parte di esso è adottato come valutazione profili psicologici da diverse agenzie investigative di stato e private. Sistema di cui custodisce gelosamente ogni dettaglio da qualsiasi curioso. Non fa uso dei soliti test informatici, schede e dati sulla persona. “Le persone che immettono informazioni con le classiche schede di valutazione ci forniscono un’idea di cosa desiderano essere molto più di quello che sono!” afferma con convinzione Mariannette Voleauvent la direttrice del centro elaborazioni affinità, “Per questa ragione i nostri questionari non trattano in alcun modo dati su quanto attenga all’autopercezione del proprio profilo emotivo e psicologico.” Infatti, la CUPA chiede ai propri clienti una ‘due giorni’ di valutazioni, spesso un fine settimana, in cui farà svolgere loro una serie di compiti: da attività manuali ad attività creative e di coordinamento, oltre ad interviste di gruppo sulle loro abitudini e necessità giornaliere. Cominciando dal lavoro: cosa, dove e come; per finire con tutte le altre, dal cimentarsi col cibo, come e cosa mangiano, se e come cucinano, rapporto con l’arte e la cultura, la politica, tipo di amicizia, igiene propria e pulizie in generale, la guida e la scelta dell’auto o della moto, il tipo ideale di vacanza, riposo, hobby, etc. etc. Il tema Amore o Relazione non è mai menzionato né si permette che sia tirato in ballo seppur indirettamente.
“Il successo delle nostre proposte riguarda il 77,5% dei casi. Potremmo dire che riusciamo nel 110% dei casi, ma noi parliamo di Successo e non di relazioni avviate!” Conclude la Voleauvent.
Due giornalisti spagnoli, Federico Cueilla e Luisa Pranez, desideravano condurre un’inchiesta sulla CUPA e si presentarono nella centralissima sede di Calle de Ventura Rodriguez di Madrid: tre piani immediatamente sopra il famoso ristorante Ginos. Versarono la sostanziosa cifra di 5.000 euro a testa e seguirono l’iter imposto. In breve cominciarono a ricevere inviti per appuntamenti ad hoc. Dopo qualche incontro, organizzatoappositamente per ‘tastare’ la disponibilità relazionale dei due, ci fu il silenzio da parte dell’agenzia. Intanto Luisa fu fatta oggetto di messaggi ed attenzioni da parte di un misterioso corteggiatore. Lo stesso avvenne per Federico. Niente di che, pensarono scambiandosi le informazioni, c’era da aspettarselo. Ma i messaggi e i piccoli regali, la peculiarità delle attenzioni che ricevevano, non erano classificabili come un generico paccume di banalità o smancerie. Centravano sempre il bersaglio. Dopo tre mesi di silenzio da parte dell’agenzia, nonostante le continue sollecitazioni dei due per riprendere gli appuntamenti allo scopo di fornirsi di testimonianze video-registrate di nascosto circa metodi e strategie utilizzate dalla CUPA, cominciarono a pensare che non c’era niente da scoprire in più della solita mega illusione meglio confezionata. Infatti il loro editore li indusse a lasciar perdere.Sei mesi dopo la fine della fallimentare inchiesta, Luisa e Federico, l’uno all’oscuro dell’altro, si decisero a dare un appuntamento ai rispettivi spasimanti. “Fu per qualcosa di più che curiosità! Oramai quella misteriosa corteggiatrice mi sembrava più intima di qualunque altra persona che conoscessi.” Disse Federico, “Lui mi aveva mandato una grafica di Mirò riprodotta su acciaio da Manuel Castillo, perfetta per la mia piccola collezione! Non potevo fare a meno di chiedermi ‘cosa c’è di male se lo conosco?’ E allora…” confessò Luisa. L’appuntamento nel posto ad entrambi gradito, il padiglione di arte moderna del Museo del Prado e la successiva cena prevista ai Giardini dello Shan-gri-là, abbatterono ogni remora e Federico Cueilla e Luisa Pranez si trovarono faccia a faccia! La CUPA aveva sostituito, con coerenza, capacità e persistenza, ognuno dei due nel corteggiare il possibile partner! Si sono arrabbiati? Indignati? Sappiate solo che adesso Federico e Luisa vivono insieme ed hanno un bambino. Un classico lieto fine? Mica ci sarà un risvolto inaspettato e drammatico da rivelare? Oppure adesso viene il bello? (pensavo a me )
Ma… alla fine di quanto scritto cosa c’è di così interessante? Cosa direbbe questa breve cronaca che non abbiano già detto trionfalmente i peggiori depliant della agenzie matrimoniali?
Intanto che la CUPA sarà fondata tra 5 anni. Forse. Con altro nome magari. Che non è mai esistita la TAM. Forse. Con altro nome magari. Poi… che la manipolazione può raggiungere chiunque, persino il lettore che per qualche minuto o secondo ha creduto, più o meno, a quanto esposto. Infine, che non sempre cronache del futuro possibile si discostino da obiettivi già in essere.
In conclusione… Parliamo d’amore, dài! Ed ecco che continua il periodo dello stronzo. Forse. Con un altro nome magari. O magari no.
Da bambino, in contrasto con i principi dei miei educatori, ho accusato una discordanza tra l’essere definito Buono e l’accezione più diffusa del termine. Credo che sia una sensazione comune a molte persone. Sono tutt’ora in voga svariati sinonimi generati da una parasinonimia fraudolenta. Ovvero: una tendenza paracula nel rimodellare il significato delle parole. Se una volta Buono veniva usato come eufemismo di Fesso o Idiota o magari come un più elegante, per quanto ipocrita, Ingenuo, in tempi recenti lo scivolo sul significato reale della parola ci ha precipitati decisamente nell’offesa.
Qualche sera fa ho definito un giovane artista come “un essere intriso di bontà.” A parte un primo sorriso amaro e un “Ma che cazzo dice questo qui?!” masticato a denti stretti, mi sono sentito rispondere che detestava chi se ne esce con giudizi al primo colpo, ancor di più se questi se ne escono con cazzate tipo “Buono o brava persona... “ Qualche amico che mi conosce ha tentato una difesa, peggiorando le cose.
Sono iniziate le olimpiadi delluogo comune, della rimarchevole abitudine di stravolgere il verbalizzato ad uso e consumo di mode e andazzi deculturanti. C’è stato chi sosteneva l’inconsistenza di una precisa linea di demarcazione tra bene e male, e chi l’esatto contrario, e chi intravedeva da una rotazione del simbolo dello Yin e dello Yang tutti i grigi in cui si trascorre la vita, e chi non ci capiva un cazzo cercando di riportare la cosa al di fuori di un linguaggio tra cerebraloidi. Un consiglio: non provocate mai, volontariamente o involontariamente, una qualche polemica sui grandi principi del bene e del male tra intellettuali, scrittori (che non è detto siano la stessa cosa) e liberi pensatori del week end! Se poi c’è di mezzo un cantautore impegnato e arrabbiato … zzi vostri!
Per poco si è sfiorata una polemica sulla genesi! Insomma, il tizio reclamava il suo diritto al sospetto di cattiveria piuttosto che il contrario. In tutto l’iter mi sono tenuto in silenzio forzato. Confesso che me la godevo. Un po' cazzone lo sono. So bene che a volte tocco nervi scoperti, ma questo mi capita sovente quando parlo di corna, slealtà, malformazioni morali e ‘fetenzie’ simili! Raramente mi succede quando esprimo complimenti. Occorre adeguarsi? Manco morto!
“Le parole sono importanti! Non puoi usarle a cazzi!”
Ho chiuso la polemica da lavatoio sommergendo la platea con un bel vocione da diaframma. “Va bene! Scusa! Credo di dovermi ricredere. Evidente che sei un pezzo di merda! O bastardo, se preferisci.” Vi aspetterete che vi dica del pugno, o qualche parente stretto, che mi sarei visto rovinare addosso… invece no. Il tizio ci ha ripensato. Béh, sì… dopo aver offerto un minimo d’indignazione! Però ha ripreso un desiderio di dialogo più che di polemica. Chi si è incazzata è stata la sua donna. Se n’era stata in silenzio fino al momento del ‘bastardo’ che ha visto affibbiare al suo uomo. Non ha mandato giù questo rovesciamento di fronte. “Ma tu chi sei per sputare sentenze? Sarai pure uno che qui rispettano, ma un vaffanculo te lo impacchetto io!” L’ho amata d’un botto! Una che dà valore alle parole così come si è convenuto!Però, anche lei, eh? Se ne sta zitta quando il suo uomo faceva emerite figuracce e adesso… “Scusa!...” le ha risposto un’amica, piuttosto irritata. “Ma perché non glielo hai spiegato al tuo uomo che Buono non è un’offesa?Un dizionario proprio no eh?”
A questo punto vi risparmio il prolungarsi della discussione pepata, stizzita ed infine snervante. Ve ne raccordo l’epilogo. Il tizio ha concluso ammettendo di aver sempre odiato chi lo apostrofasse come ‘Buono’ poiché nella sua famiglia questo ha sempre significato quanto ho già esposto prima: Idiota, fesso, mammalucco, etc…
Alla fine il buon diavolo e la sua donna, un po' meno bonaria seppur appetibilissima, si sono rilassati, magari arrossendo un pochino per la sceneggiata. Lui è veramente un gran bravo ragazzo, lei idem, nonostante gli sia salita sui calli e non mi abbia degnato di una parola in vineria fino al terzo bicchiere di rosso. Infatti, tra sorrisini e qualche smorfietta ironica mi ha degnato dicomplimentiquali “Ma che stronzo… certo che sei un cazzone…” Anche lei infettata dalla sindrome della parasinonimia fraudolenta? Per non dare spazio ad un certo integralismo ho gradito lo stesso.
Il pomeriggio è caldo, impassibilmente noioso. In questi momenti desidero parlare con qualcuno più dell'acqua fresca che scorro a litri giù per il gozzo sbrodolandomene la metà addosso… potendo scegliere… una donna che mi sorprenda e mi faccia sorridere. Senza pretendere altro che un bel dialogo pepato, magari dove mi faccia sentire di essere ‘stronzo’... o che me lo dica allegramente, con sincerità, divertita quanto seria. Un po’di freschezza e impenitenza. Un civettare litigando e no. Il caldo e il silenzio in città fanno tutt’altro effetto che in qualche bel posto in mezzo alla natura. Lì non ho questi bisogni. Lì mi viene voglia di sognare, immaginare, innamorarmi e fare l’amore… o sesso da stalla, da cortile, da sottobosco, da mare… ed innamorarmi lo stesso. Mi sono più volte detto che le preghiere sincere vengono invariabilmente esaudite. Me lo hanno insegnato la vita e tante altre storie.
“Si?... chi parla?”, “Pronto… salve! Mi chiamo Fiona X e telefono per conto della società XXL . Se mi dedica cinque minuti del suo tempo per rispondere ad un’intervista potrebbe vincere un weekend da sogno!”, “Grazie, ma in quanto a sognare sono insuperabile. Non m’interessa.” Risatina argentina. Avrà non più di venticinque anni. Call center New Generation Woman. “No davvero… non è una vendita, è solo un’inchiesta di mercato. Se non ha altro da fare che le costa? Guardi… le dico già da adesso che l’abbiamo selezionata tra altri tremila possibili candidati e che lei rappresenta il campione perfetto per…”
Blà, blà… Me la immagino, seduta ad una di quelle postazioni tipo stie per polli e che incasserà dei soldi solo se aggancia un qualche altro pollo nella stia di casa sua. Un po' mi commuove. Magari ha l’età di mia figlia e si dà fare per tirare su qualche spicciolo per le vacanze… o per pagarsi l’affitto. Poverina. Mia figlia non mi dice mai stronzo ma Paponzo… meglio che papino! Lo diceva da piccola e mi faceva piacere. Basta! Sennò vado in nostalgia e questa qui mi frega.
“Va bene… dica pure.”, “Grazie!” È felice la gattina, col vecchio sorcio all’angolo! Inizia con il chiedermi le generalità, lavoro e famiglia. La paracula! Mi ha selezionato e non sa un cazzo di me. Va bèh… tanto non compro niente. Finita la parte dati... parte con domande assurde e mi chiedo che mai potrà fregargliene quanto si cucina in casa e che problemi ho con la lavastoviglie? che tra l’altro nemmeno mi ha chiesto se ce l'ho. È la tecnica del venditore porta porta. Prima s’insinua con rassicurazioni e promesse di guadagno a prescindere, poi ti solleva quesiti apparentemente inutili, per finire col farti notare che hai un problema di cui non ti sei mai accorto! Come quelli del folletto che tirano fuori merda dal tappeto appena pulito, o grasso rancido dalla cucina che fino ad un instante prima brillava. Come le multinazionali farmaceutiche che inventano malattie o ti fanno sentire malato per roba inutile e remunerativa. La lascio fare per qualche minuto e arriva al ‘mio’ terribile problema: ho l’acqua di casa che è piscio e calcare e non lo sapevo. Che faccio glielo dico che lo so bene e che sono un perverso amante della calcolosi, o la lascio arrivare in fondo e guadagnarsi la pagnotta? Vada per la pagnotta. “… naturalmente senza alcun impegno di acquisto da parte sua! Sa perché? Perché grazie al contributo europeo è gratis! Controlli! Il nostro esperto valuterà il suo problema e le consiglierà la soluzione migliore. Se accetta l’appuntamento…”, “E quando saprò se ho vinto?”, “Guardi, dopo la visita del nostro esperto le sarà dato un biglietto e potrà verificare sul nostro sito se… blà, blà, blà!” Gratis. Brutta parola. Mentre chiacchiera controllo in rete sta XXL e cosa fanno. Depuratori domestici. Ad occhio e croce la mia esperienza nel marketing mi dice che stiamo parlando di più di un paio di migliaia di euro. Trovo qualche forum dove si cita l’azienda e tacchete! Il gratis si traduce nell’obbligo per 5 anni a comprare i filtri da loro. Spesa complessiva dai 3 ai 5 mila euro!! Il weekend te lo fanno vincere se ordini un depuratore per una villa! Hai capito la paracula?
Ora. Se le trancio la faccenda avrà fatto tutto il lavoro a vuoto, se invece faccio arrivare il pirla… dipende! Se incassa a percentuale sul contratto firmato o ad appuntamento. “Fiodena?...”, “Fiona! Dica!”, “Fiodena è più azzeccato… senti… stai registrando tutta la pappardella?”, “No, lo facciamo dopo, appena fissiamo l’app…”, “Ascoltami bene. Ti pagano per l’appuntamento o per il ‘contratto a cassetto?’ Perché se è per l’appuntamento proseguiamo, sennò hai perso tempo!”
La povera Fiodena perde per qualche istante la parola. Si riprende con tutt’altro tono.
“L’appuntamento. Io lavoro per un call center che lavora per più aziende…” Grugnisco. Lei sussurra: “Ci sono problemi?”, No. Nessun problema. Che senso avrebbe avuto dire a lei, l’ultima rotella di un marchingegno ingannevole, di sottrarsi da quella complicità? Una certa moralità è indispensabile anche per chi non ha voce in campo in certe questioni. Come quelli che lavorano per le fabbriche di armi o per industrie inquinanti o per qualsiasi cosa del genere. Lei come tanti altri rimedia la cosiddetta ‘campata’ come e dove può. Mi avrebbe risposto “Io posso pure non farlo ma ce ne sono a migliaia che lo farebbero!”, e avrei potuto risponderle “Come ci sono anche migliaia di soldati che ammazzano e fanno stragi per ordini e cause superiori, ma ciò non toglie che sono complici!” Ma fa caldo, sono solo col desiderio di starmene altrove e la noia del solito gioco ‘Prega e ti accontento ma non restare deluso dalla mia soluzione.’
Completo la procedura e fisso l’appuntamento. La ragazza mi ringrazia e prima di chiudere la conversazione mi chiede timidamente perché la chiamo Fiodena. “Un tizio… un romanaccio divertente, anni fa su di una spiaggia chiamava così il figlio. Era un modo affettuoso di dirgli furbastro. Avrei dovuto dirti Fia De na… ma non voglio essere offensivo.” Lei ridacchia ancora. “Certo che lei è un bel tipo!” Non è ‘Stronzo’ ma va bene lo stesso. Ci penserà lo stronzo a far pagare a vuoto la XXL.
Ieri mattina alle dieci e mezza è arrivato il tecnico della XXL. Micidialmente rapido! Non l’ho fatto nemmeno entrare. Ha protestato dicendomi che mi avrebbe chiesto i danni per la consulenza visto che l’avevo richiesta espressamente io, e atre astrusità sul tipo 'Ti faccio nero se non compri'. Non ha disdegnato qualche metafora di vaffanculo col riccio. Si è eclissato immediatamente quando gli ho mostrato la video camera accesa e la tessera del Codacons. Chissà se Fiodena incasserà quei quattro pidocchi? Se no, forse imparerà che nella banda bassotti è sempre l’ultimo arrivato a scontare il carcere. Se si… si consolerà fino a quando non opteranno per una ‘mobilità’ con il turn over necessario.
La coscienza ha sempre e comunque un costo. Niente chiacchiere e distintivo. Niente teorie o dialettiche del cazzo. L’esempio.
- Pareggeremo il bilancio entro il 2011 - Nessun sacrificio sarà chiesto agli italiani. Basta!
Il campanello dell’ingresso squillava con insistenza snervante. Mara andò ad aprire già pronta a sfanculare per bene chiunque si stava permettendo tanta strafottente impazienza. Appena spalancata la porta blindata gli precipitò la saliva nello stomaco insieme alla lista di rimproveri che si era preparata. Due energumeni simili ad un incrocio tra un lupo mannaro ed un armadio la fissavano. Barbe incolte e un ricamo di cicatrici levavano il coraggio persino di respirare. Uno dei due chiese con tono secco ma impropriamente cortese. “Mario Cecchini è in casa?”. Mara annuì senza pensarci. Non riusciva a fare altro che fissarli terrorizzata. “Fai ù piacer! Chiamatillo subbito!” Mara non iuscì a trattenere una risatina tremolante. La voce dell’altro tizio, quello più brutto e minaccioso, era qualcosa di inudibile! Simile ad una scorreggiona da palloncino, sottile sottile e incredibilmente effeminata. Rideva nonostante fosse terrorizzata dallo sguardo torvo dei due. Annuì rapida e si dileguò in casa singhiozzando risatine isteriche.
Un minuto dopo Mario intercettò i due che si erano già infilati nel salotto. Era stato avvertito dalla moglie di non ridere qualora il grosso parlasse. “Ci dev’essere un errore…” Farfugliò Mario alla vista dei due, mentre il sudore era ghiaccio fuso per la schiena. Fu l’altro a rispondere, il non castrato, come gli aveva decritto Marta. “Lo sai chi siamo?”, “Mi dispiace… non credo…!” rispose Mario con quanto più tatto poteva imporre alla sua natura rissosa. Prese il foglio che gli porsero e cominciò a scorrere rapidamente le righe del decreto ingiuntivo. “Questo è l’atto definitivo. Il saldo del debito di Tuo padre e del resto! Ti tocca! Che fai? Ci segui o ti accoppiamo qui? Per noi è lo stesso. Poi so cazzi dei tuoi a ripulire dal sangue!” Diceva il tizio mentre l’eunuco annuiva cattivo. Man mano che leggeva Mario riprendeva sicurezza e il suo faccione cominciava a tornare roseo. Una volta finito osservò quei due con un che di disgusto. “Non se ne parla! Questo non vale niente! Prima che morisse mio padre ho rinunciato ad ogni diritto ereditario… perciò…” Lanciò un urlo alla moglie affinché portasse l’atto di rinuncia. Marta arrivò di corsa con le carte tra le mani e le porse molto meno intimorita ai due. Questi a loro volta diedero una lettura rapida e iniziarono a sorridere. “Bello!...” disse l’eunuco scatenando di nuovo una reazione di risate irrefrenabili in Marta. Lui la ignorò continuando deciso. “…sti carte sono note u giudice! Ma l’imbegno ca ti si priso è andecedent! Mò te lo recit io l’imbegn…” Tirò fuori una pubblicazione con il timbro dello stato, aprì una pagina già segnata e gli lesse quanto spiegava la loro pretesa.
In sintesi la faccenda era la seguente: Appena nato, per scelta e volontà dei genitori, i quali erano consci dello stato delle cose, il nascituro si vedeva accollare parte del deficit pubblico, come da oltre cinquant’anni a questa parte. Stava ai genitori risolvere il proprio precedente carico e quello dei figli, e questo debito non poteva considerarsi assolto con nessuna rinuncia postuma. Prima di farlo nascere i suoi avrebbero dovuto rinunciare alla patria potestà per affrancarlo della loro parte del debito se non risolto. In ogni caso la sua porzione di deficit se la trovava comunque appiccicata addosso. Ora, morti i genitori, i quali entrambi non avevano ottemperato al risanamento della Loro quota di deficit pubblico e nemmeno a quella ereditata dai loro genitori, e via fino alla quarta generazione… la somma era tale che non c’era altra soluzione se non vendere parte degli organi del debitore come risarcimento. Mario impallidì di nuovo. Aveva sentito che a qualcuno era capitata qualcosa di simile, ma credeva che si trattasse di mezze seghe incapaci, di falliti! Non aveva mai preso in considerazione che una cosa del genere potesse sfiorarlo, non ad uno pieno d’iniziativa ed in gamba come lui. “Voglio chiamare il mio avvocato” si lamentò. “Fai pure, è un tuo diritto. Digli che ci sono gli avvocati Loschi e Falcetti per il 666 bis! Lui capirà.”
Al telefono l’avvocato Mazzocchini confermò ogni parola. “E’ una scelta a campione. Servono trecentomila… soggetti sani e ancora giovani. Sono tutti d’accordo… Stiamo battendoci per una sospensione della legge, ma si punta a dimezzare le vittime, non ad eliminare la normativa. Se non cede lei… Si rifaranno sui suoi figli appena diventano maggiorenni. Provi chiedere una dilazione… insista, vedrà che trova un accordo!”
Alla fine Mario seguì i due appena date le istruzioni alla moglie per il dopo. Dopo un primo momento di sconforto aveva pensato che era necessario. Michele aveva già sedici anni e sarebbe stato impensabile che si sacrificasse al suo posto. Cosa che non avevano fatto suo padre e sua madre.
Mentre la macchina dei due bestioni lo portava all’ospedale Santi Martiri di Stato, gli venne in mente l’argomento dilazione. “Ma non si potrebbe fare una dilazione? Dice il mio avvocato che se volete…no? Ho due figli, una moglie malata… dieci dipendenti che senza me perdono tutto… sono anche volontario della protezione civile.” I due si scambiarono un’occhiata, poi l’eunuco gli si rivolse serio. “E’ possibile… proprio stamattina hanno chiest urgente due palle! Quelle valen assai! Più du fegat, du polmone e del cuore tutt’assiem! Si ci stai ti mietti a posto! Ma… il dieci per cento a noi!” Mario accettò senza pensarci troppo. Meglio castrato che morto! I due sorrisero e in breve gli spiegarono la procedura. L’altro, quello più umano nell’aspetto, addirittura si lasciò andare a confidenze e raccontò come sarebbe stato possibile, dopo, fare il loro lavoro. “Non servono le palle… ma pelo!” e scoppiò a ridere. Intanto il suo socio si adombrava fino a quando stroncò la risata con un “Bast mò! Piezz’è merd!”
Mario capì ma non si sentì per nulla solidale col castrato. Anzi. Si affrettò a pensare al dopo. Tutto sommato… riportava a casa la pelle e avrebbe trovato il modo di evitare un’altra rata. C’era sempre la speranza che la legge venisse sospesa… o che si trovasse una scappatoia all’Italiana. Ma non gli tornavano i conti e prima di scendere dalla vettura chiese ai due: “Come mai i testicoli valgono più di organi vitali?” I due si guardarono ancora una volta prima di rispondere: “Sono cinquant’anni che di palle ce n’è poche!” e si avviarono verso lo staff medico che li stava attendendo. Mario si accarezzò i testicoli, guardò la scena, sospirò un paio di volte e li seguì. In quel momento notò che l’altro, quello ridanciano, avanzava con uno sbalzo d’anca, dondolando come uno scimpanzé.
A SPASSO DENTRO E FUORI (I post Blog Pandararis sono corredati di immagini o video)
Tace il chiasso di rete e le sue vetrine elettriche. Chissà dove sono i manichini esposti? Le vetrine restano senza vita appena si completa il tramonto. Qualche raro messaggio prende posto dopo mezzanotte, come un tardo passeggero in attesa del bus notturno, e subito si aggrada nel suo essere breve e casuale alla fermata. L’intero sistema si acquieta. Restano gli echi di qualche flash, immagini lasciate lì come orme sulla spiaggia a notte fonda. Orme distratte e corrose timidamente dalla marea leggera e svogliata del flusso estivo. Il paese del Web riposa con il silenzio degli spiriti assenti. È come una città senza inizio né fine di luci, suoni e colori in cui si percepisce l’assenza di anime, vuoti diffusi da un esodo di massa. Nelle sue strade non ci sono che avatar senza vestiti e senza spirito vitale. Se ci si attarda davanti ad una delle sue immense vetrine si coglie immediatamente il nulla alle sue spalle e nel riflesso della vetrata si profila nel crepuscolo la megalopoli disertata. Qualche ombra saetta da un punto all’altro, ma è come se non fosse nemmeno trascorsa tanto è assente al luogo. E già! Non c’è nessuno sui circuiti argentati. Le particelle vive, gli umani che gli danno vita, compressi dalle nano misure incomprensibili sono sgusciate nella materia! verso le tangibili strade d’asfalto e porfido e sanpietrini, in cerca delle luci e delle insegne concrete: Sentinelle fisse, corporee e pesanti, dei bar, dei ristoranti, degli spazi in cui aspettarsi chiacchiere e mani da stringere, sguardi capaci o restii ad ogni grandezza, sudore e sapori umani. Oppure si girovaga tra piazze e piazzette, si passeggia trascorrendosi deliziati tra i profili dei corpi liberti nel caldo estivo. Taluni sensuali, tal’altri solo nudi sotto i vestiti. Un bel culo che passa vale più dei tanti post dell’intero anno. Può darsi. C’è chi pensa che siano meglio ancora gli scorci generosi di cosce, spalle robuste o seni, o ci si fissa su bocche e capelli, altri ancora su tutto purchè vivo e a portata di mano. Si guarda, si scruta, si commenta, ci si distrae e si attira con uno sguardo, una movenza, un sorriso. Bello sciare tra tutti quei volti, meglio ancora se ambrati dal sole e lucidi come plastiche di marca. Ognuno profetizza o coglie il segno dei suoi gusti, lì all’aperto, sorseggiando un cuba libre, un Daiquiri, un Bellini, un Mimosa, oppure qualcosa di più esotico come una Caipirinha o una Caipiroska, un Wianans, la novità di moda, o una Poutchatka di frutta, spezie, rum e crema di cacao, tanto simile nel nome, come nel gusto (secondo certi), ad una definizione napoletana della Rosa-Fragola femminile.
Eh sì, gli odori e la vita vera alla fine hanno la meglio sulle cornici dinamiche dei monitor. Assolutamente giusto. Tuttavia, per una qualche ragione che sfugge, mentre ci si distende all’aperto… la mente corre a singhiozzo al mondo assopito dei bit. “Chissà se qualcuno mi ha scritto!”. È il pensiero più assiduo. Checché se ne neghi la presenza quello c’è ed insiste. Spinge silenzioso fintantoché appena rientrati non si dia una sbirciatina nella cornice per restare delusi e magari completare la serata nel sonno di un bimbo di cui nessuno sembra abbia sofferto l’assenza. E poi se le cose si mettono male, se la serata vira alla noia o all’insofferenza, ecco che si pensa di rispondere a quel post, o a quella provocazione o confermare le amicizie che chissà non sia la volta buona. Per cosa? Non importa. È vero come nella vita: non importa perchè siamo amici… purché entrambi se ne ammetta il bisogno. Questione di numeri. E la rete è fatta solo di numeri.
Tra qualche giorno scatta la mia vacanza preferita, quella che mi porterà ogni sera a fare due passi nella vecchia Trastevere, tra le bancarelle e gli stand, sempre gli stessi, della Roma d’estate. E come sempre mi divertirò a scovare, tra le pieghe dei sussurri, delle mezze frasi o dei visi assorti, la proiezione in rete dei pensieri di chi la conosce e regolarmente la frequenta. Sì. Si tradisce la rete, si va al mare, a spasso, in viaggio, tuttavia buona parte del flusso mentale resta legato al web virago. È un’amante che non reclama nessuna fedeltà, poiché chiunque si allontani o tradisca prima o poi farà ritorno. Qualche volta a testa china o in preda ad inspiegabili ansie, altre volte con la febbrile eccitazione di trovare la giusta sorpresa. Ma cosa ci si aspetta? Credo sia un po' come nel passato quando si attendeva l’arrivo di qualche lettera che annunciasse l’amore, la fortuna o qualcosa che magari avesse il potere di cambiarci la vita. Però non è detto che si resti delusi, come si deve evitare di avere troppe certezze. La rete va come gli va e non ci rimette mai. Forte! Infatti, pur non mantenendo le proprie promesse riesce sempre a cogliere speranze per riceverne ancora e ancora. A me sembra magica la cosa. Sarà l’effetto di quest’infernale megalopoli che c’intrappola e paghiamo per restarne intrappolati? Tuttavia… c’è.
Come adoro passeggiare di notte per la città, così mi trascorro tra queste pagine, e devo dire che di tanto in tanto anche qui c’è qualcuno che fa un immenso piacere avere incrociato. “Teniamoci in contatto, ti prego!” Ok, lo farò! Un bacio ed un abbraccio. È puerile, prematuro e probabilmente ne riderai, ma ti voglio bene.
Nik a spasso dentro e fuori.
P. S. Che vi possiate innamorare dentro e fuori! Film consigliato: Wrist Cutter – Una storia d’amore. Per i più radicali: V Come vendetta.
(I post Blog Pandararis sono corredati di immagini o video)
Di certe donne… se ne osserva il passo, il respiro, il sussurro argentino di cosce calzate… se ne scorrono onde nei loro profili… se ne assaporano sali spezie e profumi alla carezza del vento.
Di certe donne… se ne cerca l’approdo, giunchiglia narcisa di labbra socchiuse, se ne cerca la rotta, le promesse marine. E di altre… ahimé, se ne sconquassa la chiglia e la vela maestra proprio all’ormeggio.
Di certe donne… è il fruscio di pagine scritte, diverse poesie… storie di sogni e libri da fare. Grandezze da scolpire, idee da rubare, onori e glorie da rendere noti!
Di certe donne… si crede che il grano o le more dei capelli curati, le mani ed il petto o i fianchi scolpiti siano più che promesse. Di altre se ne trascura il genio, la forza il messia.
Di certe donne… le donne non hanno interesse, e di altre… ne temono pose e languori. Oppure lo sguardo, affatto convinto, si attarda al sarcasmo sui loro vestiti.
Di certe donne… il buon Dio ha creato dei doppi per farci ubriacare… di poche però ne ha soltanto una copia.
Di certe donne si vive… e di altre si muore.
Certe donne ti stupiscono solo perché ci sono
Altre ti fanno stupire d’esserci tu.
Diario di una segreta Simmetria. Rinascita e splendore di una donna spezzata!
Gabbie del Nord. (I post Blog Pandararis sono corredati di immagini o video)
Marito e moglie si sono fatti 1.290 chilometri per arrivare in tempo a Garlasco da Messina. Sono appena le cinque e trenta del mattino e tra poco la fiera apre i suoi battenti. Volevano essere tra i primi ma sembra che molta altra gente abbia avuto la stesa idea. Devono comprare una cinquantina di gabbie del nord prima che restino solo quelle del centro e del sud. Il viaggio e i costi li ammortizzeranno con le prime trenta, se sono di seconda o terza scelta, e se arrivano a cinquanta il buon guadagno è assicurato.
Danno un’ultima occhiata alla piantina della fiera. Il padiglione che gli interessa è il primo a destra appena dopo l’entrata est, dove si sono fermati. Sperano in un po' di fortuna che arriva sculettando.
Una donna di mezza età, elegante e ben truccata, si accosta alla loro vettura. “Provenienza?”, "Messina! Gossisti!" rispondono in coro. “ah! Te chi il numeretto riservato a voi siciliani... avete il 52!” E gli porge un pezzetto di carta rossa con il numero. “Scusasse… non si potrebbe avere uno più basso?” La donna ride. “Guarda che l’è bas da tròp! e perché siete siciliani, capito? Ai meridionali all’entrata nord danno dal 70 in su!” La moglie prende il numero e se lo infila in borsa. “Son cento euro!”, “Minchia!” sbotta il marito, “Cento castagne? E che? Oro è diventato? E se poi nemmeno ci troviamo una minchia di ggabbia?” La donna scrolla le spalle indifferente. Lui osa. “Amici del posto ci ddissero che per noialtri siciliani della giusta provincia… ci sono altri nnumeri!” La moglie annuisce complice e la donna sorride infilando la testa nel finestrino per rispondere a bassa voce. “Con mille cinc cent ti passo il 5! I primi quattro sono già all’asta… l’è na roba grossa! Tre, quattro, cinquecento gabbie al top! Si parte da tremila cinc cent per il numero 1, ai duemila e cinc cent per il 4!” I coniugi si guardano incerti. Speravano di infilarsi nel sistema dei favori messo in piedi da faccendieri e mediatiori del nord e si erano preparati, ma non avevano soldi a sufficienza per partecipare all’asta. Il numero cinque gli va bene, tuttavia, capendosi al volo, la moglie parte con la trattativa. “Facciamo cinquecento? Che se poi cenne rrestano poche o sono rrobba da niente? Ah?”, “Anl’ho minga temp da perdi mi! Mille e cinquecento o ciapa el 52 e stop!”, “Ottocento! Che poi ci rricordiamo e ti dobbiamo un favore. Tini quaccuno dda eleggere?”, “Uè, senti! M’interessi minga sta roba là! L’è arivà gent!… prepara i mille e cinc che tempo un minùt gl’ho bell’e dato via!” I due pagano in fretta. La donna gli porge il numero cinque e gli dice di andare al terzo padiglione invece che al primo, “La roba giusta l'è là!” Marito e moglie sorridono contenti, hanno evitato un buco nell’acqua. E poi quell’extra lo recupereranno per dieci se va tutto bene. Alle sette del mattino la fiera apre i suoi battenti ai grossisti con i numeri da uno a cinquantadue. “Che culo!” grida il marito, “Pensa se non prendevamo il nnummero! Ultimi eravamo! Che figghi di bottana! Peggiu de noiautri!” Per tutti gli altri acquirenti, singoli, coppie, genitori in ansia o disperati a caccia, se ne parlerà alle nove e si potrà acquistare non più di una gabbia a testa di ciò che resta. I nostri due riescono ad acquistare trentanove gabbie di prima scelta, ed una settantina di buona qualità. L’affare è andato più che bene. Prima di ripartire aspetteranno verso mezzogiorno, quando i singoli restati senza niente da acquistare vagheranno all’esterno in cerca di qualche occasione. Ne venderanno una decina di seconda scelta, al triplo del prezzo pagato e si rifaranno di tutte le spese di viaggio più un primo buon guadagno. Il resto lo venderanno nella loro agenzia interinale, dividendo gli utili di ogni genere con gli amici degli amici. Sono soddisfatti. Questa volta è andata bene e se ci sapranno fare raddoppieranno gli affari, così che alla prossima fiera parteciperanno all’asta. Benedette siano le Gabbie Salariali del nord!!
L’unica è che il governo non cambi la rotta né faccia scherzi con i sindacati della minchia!
Spunta la luna... e sei lì per caso, e sai che non è vero. Meglio che altrove! se non c’è un altrove. Nessuno sa da dove sia venuta e chiunque giura che è apparsa dal nulla sul palco. Le butti un’occhiata distratta e poi la fissi curioso. Lei è come una canzone conosciuta, qualcosa che si è a lungo cantato e di cui, tuttavia, non ci si ricorda nulla… fino all’istante del primo accordo. Tutto il presente si porta in musica e tu la guardi convinto che ti ha attraversato più volte i confini e più di una volta prima di questo momento, senza lasciare tracce nella polvere del tuo passato! Senza lasciare appunti buttati in qualche angolo della memoria. Nessuno scatto tra le migliaia che hai messo da parte... nessun racconto da cui ha deciso d'uscire. Eppure ti guarda come chi ti conosce ben oltre la tua pelle e sorride spostando lo sguardo lontano. Guarda là fuori da dove è venuta. È perfetta in ogni dettaglio. La migliore fantasia nel momento migliore è lei! Noti la cura tra forme e colori che indossa. Solo guardarla parla d’altrove... I suoi pendagli… ti stanno chiedendo, nel dondolio appena accennato come un sussurro: ‘Perché non ricordi?’ E desideri rispondere che i ricordi, in questo momento, sono fiumi veloci che non riesci ad arrestare, né riesci a trovare un appiglio, un appoggio sicuro, dove immergere le mani per berne un po' e lenire le tue labbra che si sono asciugate. Sei senza vestiti e non te ne frega niente. Mai come ora davanti alla sua bocca che ti sta divorando… sa muoversi senza mutare e restare immobile senza tacere.
Cerchi i suoi occhi e poi cerchi ancora e lei ti risponde, non sembra far altro, per più di un istante. Ancora il suo sguardo vaga lontano e desideri essere quel posto, quella meta a cui sembra destinarsi al più presto. Di nuovo ti fissa e chiede ai tuoi occhi di farla viaggiare, di essere scopo e non spettatore. La folla si stringe e lei indaga ancora una volta un orizzonte lontano. Alza una mano… la porta sul viso, apre le dita e ti fissa con quello smeraldo… E’ sempre più bella e più sconosciuta, talmente lontana… come il canto che riaffiora e per un istante tu sai di rubare qualcosa a qualcuno. Chiunque sia non credi sia tu. Pensi d’uscire, tornare alla notte, ai tuoi soliloqui, alla gente che lascia la strada tutta per te, e lì... lentamente... farla sparire così com’è apparsa. Dal nulla al nulla. Non sarebbe successo niente se il caso... Il caso a volte sembra pensare fin troppo bene a quello che fa. Sei quasi alla porta… non riesci a non girare la testa e lanciarle un’occhiata, promettendo a te stesso che questa volta saprai ricordare. “Ne scriverò un po' ovunque…” Sai che la cercherai. Nella prossima birra, tra i vestiti disfatti, più stanchi di te d’indossarti, tra le righe da mettere giù, e in quelle già scritte gli farai spazio. La cercherai nel bisogno di stupire te stesso per esserti illuso.
Ti fai largo tra chi sembra aver messo radici per starla a sentire e chiederle amore, un bacio, una notte… o quindici figli. Ah! Li avresti bruciati! “Una così ti ci devi avvelenare e poi lasciarti guarire!” Sei a due passi già fuori. Le tue spalle pesano ma sono ancora dritte. Ed è sulla schiena che senti arrivare la sua voce… un'invisibile mano che ti scalda. Canta come solo lei hai mai sentito cantare e ti fermi a sentire. Non sai farne a meno. Promette in quei versi di farti l’amore, di strapparti il cuore e prenderlo a sé. Ma vuole sia pieno perché solo di quello si vuole nutrire. Vuole che il mondo si fermi un istante e che sia tu a farlo fermare. Butti lo sguardo nel caos e lei guarda fuori verso di te. “Sorridi… amore. E continua a cercarmi, che questo mondo di merda non s’arresta con le mie inutili mani.”
La strada è deserta. Non contano quelle poche facce da idioti che stanno gridando, spariranno presto, appena dopo la piccola piazza. Ti odi e cammini come chi odia il proprio incapace che ci abita dentro e non paga l’affitto, né si tiene in disparte. È lui quello che sbuca in certi momenti e si dispera, scalcia impazzito, ti sfonda il coraggio. Sei tu, vecchio bastardo, che non sai più rischiare. Ti fermi per accorciarti la vita con un’altra sigaretta. Pensi che sarebbe stato bello! Bello più che continuare cent’anni così, o persino meglio. Poi pensi che è stato bello prendere a schiaffi te stesso e vuoi continuare. Scorri la notte con le mutande in mano alla tua paura. Sai che non te le darà mai più e lentamente ti rassegni a vivere a culo scoperto. La grande vetrata di una banca che dorme ti riflette come se volessi sventrarla. Brutto in arnese, contorto e piegato. “Come avrebbe potuto … proprio con me?” Stai seminando troppi pezzi in giro, è ora di nasconderti nel tuo buco.
Sulla casa di fronte qualcosa vola. Cartaccia… o un gabbiano confuso da quest’aria pesante? Si. Anche tra loro c’è chi allunga la notte. Oltre quei tetti c’è solo illusione. “Non c’è nulla per me questa notte nel cielo e quello che c’era… l’ho lasciato portare al di sopra della casa… il vento…” Aria che va… aria che viene. Se sei vivo domani tornerai? "No." Ti senti bruciare e pensi "Può darsi..." Allora, bastardo... qualcosa ancora ti si muove nel petto! Riesci ancora a desiderare una poesia... Già. Male che vada ti ferirai a morte per farne una storia da raccontare e sarà quel che sarà.
“Si! Venga venga!… toh! Ma varda là! L’è un fijoi! Va lì che bel faccino… vien su, vien su!” Salii la rampa esterna delle scale fino al primo piano, in quel cortile vecchio e muffo, dove si affacciavano corone di balaustre in vecchio ferro ritorto, che menavano su porte e finestre in ogni stato, da marcescenti a fresche di vernice, pensando che la miseria aveva una inaspettata capacità di resistenza persino al nord ricco ed industrializzato. Intanto la donna continuava a dimenare la mano per farmi accelerare il passo. Era una tizia di mezza età, con un trucco pesante e i capelli tinti di recente con il classico bordo marroncino intorno allo scalpo. Conciata com’era dava l’impressione di essere in procinto di girare una scena in un film di Fellini. “Alùra! T’ei un professorino, né? Va tu che roba! T’ei un fenumen… un genio, al dis el professur Mosca!” Le feci una smorfia di circostanza prima di chiarire che non ero un professore e che il soprannome “O’ Filosofo” mi derivava da tutt’altro ambiente che non quello accademico o locale. Ma quella era tutta eccitata, non smetteva un istante di gracchiare in un dialetto che faticavo a comprendere. Mi fece entrare lesta in casa sua, una delle poche con la porta e le due finestre immacolate di vernice lucente, uno smalto verde vomitella, che sembravano richiamare il tema Muffa del Nord degli intonaci esterni. “Va lì che ne ho poco di tempo da buttar via! Dunque, l’affitto l’è di cinquantamila, tre meis sul palmo più el meis che l’è già ‘n curs! L’apartament l’è chi di front, una bella stanzetta, cucinina e uno sgabussino bell’e gros! el bagno… il viccì, l’è propri lì, sul ballatoio di fianco, subìt fora a destra a la porta. Ce l’ho detto al professùr: Niente drogati, lazzaroni e terùn! Che siamo già pieni!” Mi venne da ridere. Lei mi guardò contenta, come se avessi approvato parola per parola. Cominciò a versare del caffè da un bricco che aveva appena levato dal fuoco. Un caffè annacquato che ribolliva cattivo e colloso. Al solo guardarlo mi fece venire in mente quando da piccolo giocavo con le mie amiche a Mamma e Figli e queste miscelavano acqua e terriccio che poi si fingeva fosse uno splendido caffè. Un giorno ne ho mandato giù un sorso ed ho continuato a sputacchiare disgustato per un paio di giorni. Presi la tazzina senza nessuna intenzione di portarla alla bocca e sorrisi di nuovo. “Va ti che bel suris! Si vede né che sei di buona famiglia. Un po' con sti cavei da capellone… ma siete giovani! Alùra, ch’el dis? Va bene?” La squadrai per bene, soffermandomi involontariamente sulle enormi tette strizzate dal busto che sembravano gridare aiuto. Presi fiato e iniziai con un lungo ed asettico “Ma….” Lei non colse quanto mi approssimavo a dire, anzi! Mi mise una mano sulla bocca, sorrise scuotendo la testa e si affrettò a mettere in chiaro che se era per le ragazze, quella era una palazzina per bene, nonostante i meridionali e certa gente che prima o poi avrebbe sbattuto fuori, ma siccome ero una persona a ‘modino’ e si vedeva che non avrei creato problemi, avrebbe chiuso un occhio, purché ci si capisse. A questo punto la bloccai. “No, guardi…” “Bon! Facciamo che questo mese che l’è quasi a metà va via così. L’anticipo però…” “Facciamo che le do novantamila per tre mesi, visto che il cesso è sul ballatoio. Come mi ha detto il professore!” Si bloccò cessando ogni moina e buona grazia. Osservò con disappunto la tazzina del caffè lasciata integra. Fece un passo indietro e mi chiese severa. “Tu sei mica il filosofo che diceva il professore!” “Si. Sò io, signò! Ma non sono un filosofo, mi chiamano Il Filosofo!” Calcai la mano del terrone nelle sue orecchie. Tanto già lo sapevo come sarebbe andata a finire. Invece lei se ne stava in silenzio, contrariata e nervosa, che si agitava sulla gamba facendo ondeggiare le due tettone. Battè forte le mani un paio di volte, nel classico gesto di frustrazione e rabbia incontenibile. Un popolare gesto teatrale comune a molte latitudini. “Ma tu dimme, madonna mia… se me devo trovà sempre a esse cojonata! No, dico, à regazzì! Ma ce lo sapevi che so romana e me sei stato a pijà per culo?” “No. Ma perché si è messa a fare la milanese, torinese o che ne so?” “Bello mio! Qua si nu ffai er nordico coi controcazzi nu piji na lira da sta gente! Tanto più se sei de Roma! I mejo alla fine so i morti de fame… ma quelli der posto… sai quanno je stai sur gozzo? Appena ponno te fanno nera!”
Nera. Che profezia. 1976.
Roba vecchia. La bandiera padana al posto del tricolore c’era già.
Da chi è tuo nemico o un semplice avversario più o meno sai cosa aspettarti. Di sicuro non l’inclusione nei suoi dividendi dell’esistenza. Più o meno la tua controparte ti si pone davanti, in controspinte frontali, e tu cogli varchi, debolezze, manovre per migliorare la tua posizione o per non cederne qualcuna. Invece, nel tuo fronte, da chi ti sta accanto, quantomeno sulla stessa line dell’orizzonte, normalmente non ti aspetti nulla di simile e se dovesse succedere è un’evidente cambio di fronte. Puoi definirlo ‘Tradimento’. Sul piano delle contrapposizioni il tradimento ha un che di onesto, definisce inequivocabilmente uno stato. Permette al tradito, ai traditi, di decidere se e come riappropriarsi della propria dignità. Qualche volta ti sorprende, spesso ti frustra, sempre ti fa male, ma si rivela nell’istante in cui avviene. Rivela il punto della situazione. Che non sia voluta o che sia stata in qualche modo incentivata.
Ma considero più terribile e sconcertante la Reiezione. Il sentirti espellere dal tuo stesso orizzonte, dagli amici, dal lavoro, dal partito, dal solito posto dove ci si vede tutti, dalla gente che consideri onesta senza alcun chiaro ed evidente segnale di rifiuto. Si comincia con il limitare le tue azioni in branco, poi si passa ad evitarti per giungere ad ignorarti. A quel punto sei nel limbo, cioè fuori da ogni fronte. Ma non è lo stato della messa a bando la parte peggiore, poiché è una condizione dalla quale alla fine puoi venirne fuori o decidere che è meglio così. È proprio l’atto reiettivo! L’atto infame e vigliacco di chi ti teme nel silenzio, di chi teme le tue parole, fosse solo perché sei meno scemo di quanto si spera e molto di più di quanto ti converrebbe. Niente di frontale, nessuna confessione diretta o indiretta di quanto pensano di te, senza doverselo nemmeno dire tra loro che con gli occhi si dicono tutto e si girano, salutano chi passa, si lasciano rapire da una telefonata, da una canzone! E questo quando si crede di trovarsi a casa, tra chi gli è simile. Ripeto: non è tradire poiché chi ti sta buttando fuori non ti sostituisce né passa al nemico. Nasce dal rifiuto inconfessato di quello che sei, dalla strizza che provochi, dal disturbo alla quiete dell'accondiscendenza, della complicità criminale dei ciechi,sordi e muti di un minimo di coscienza. Non c’è altra ragione e non sono loro a spostarsi ma sei tu che scivoli fuori, e come un pirla ti trovi una sera a capire che sei di troppo. che non hai nessun lasciapassare da nessuna delle parti. Lasciamo stare esempi di rompicazzo di professione che evitiamo o di persone già di per sé ai margini, magari se poveri diavoli, che a volte sono inopportuni o inquietanti loro malgrado. Parlo di chi ti è congeniale di chi starebbe dalla tua parte, in casa, al di quà del fronte.
Si frequentano idee e concordanze con diversi umori e sorti. Certe volte ci si impicca a restarci dentro, altre se ne trae benefici, assonanze, complicità. E qui che scopri che non hai veri amici e che tutt’al più sono conoscenti con il diritto di qualche libertà a sfottersi, a cazzeggiare o a menare critiche deficienti giusto per movimentare la serata. Ma se vai oltre li vedi concentrati a non farsi rompere le palle o a ciucciare quanto gli serve e non avere un emerito cazzo da restituire. Peggio ancora, a non fare proprio niente anche quando dovrebbero assolutamente fare qualcosa, se necessaria ancora di meno! Oppure come i compagni di partito, che ti relegano costantemente ad ogni margine possibile solo per difendere qualsiasi cosa, qualsiasi posizione, persino quelle indifendibili, dal mutamento, dal rinnovo, da ambizioni o idee che possano mettere veramente in discussione dal di dentro. O la donna alla quale stai mettendo su il circo delle seduzioni, che condivide diverse cose e parla come te o pensa quasi come te, ma evita ogni chiara esplicita posizione, per nulla convinta di metterti di fronte ad un semplice e chiaro sì o no, pur avendo arraffato poesie, serate memorabili, regali, pensieri e illusioni. E proprio quel circo l'illusione. Quello che s'imbastisce per giungere agli applausi, al consenso. E così ad una cena, ad una riunione, ad una kermesse, al cinema, al teatro… chissà perché sei l’ultimo nella fila dell’orizzonte. Chissà perché hai la sensazione di essere finito nel buco del culo di chi sta per farsela sotto.
Sarebbe bello che chi ti sta attorno abbia il fegato di vedere che isolare qualcuno equivale a restare soli con la peggiore delle compagnie: sé stessi. Sarebbe normale avere un po' più di fegato e buona fede. Si offrirebbe al bandito ed a chi lo bandisce l’occasione di evitare i tanti sacchi di merda come argini alla stessa piena di merda e di indebolirsi, cadere sotto i colpi del nemico. E converrebbe di più a chi, facendo a meno di te, in seguito sarà costretto ad evitare di subire la stessa sorte ripetendo la cosa ad altri, per ritrovarsi infine nel ghetto delle parrocchiette da guerra intestina, con i fedeli leccaculo, teste di cazzo omologate in un solo imperativo: solo tra uguali uguali. Alla fine, anche la diversità per un neo su di una chiappa diventa motivo di reiezione e un tiro al bersaglio.
La reiezione è una delle mille facce di una cultura mafiosa e razzista, come quella di chi ti saluta, ti da il bacetto, ma ti sta già schifando e nega persino con sé stesso di temerti. Quello che non guarda la torba criminale mettere su l'ennesima croce. Non guarda che ha le stesse misure del reietto!
Nik è il rex-Jet
martedì, agosto 04, 2009
SESSO SICURO ALLE TRE DEL MATTINO
Tre del mattino. L’aria è fresca ed il vento, che ha spazzato per bene la città per tutto il giorno, prima di andarsene via ha spruzzato un po' di odori in giro. Come Elyza, la mia collaboratrice domestica e buona samaritana che mi faceva le pulizie in casa, mossa da pietà per questo balordo squattrinato, ed in cambio chiedeva solo di essere sposata. Appena finito si dava da fare con lo spray deodorante, ed io che mi sperticavo ogni volta a dirle che quella roba era merda vaporizzata, roba chimica, che faceva male ed era una truffa ai ricordi dei fiori e delle fragranze naturali. Succedeva due estati fa. Come allora anche adesso amo gironzolare per la città di notte o durante le festività, tipo ferragosto, in cui la città torna a dilatarsi scrollando le strade dagli ingombri metallici dei suoi abitanti voluminosi.
Dopo aver girovagato per Trastevere, incontrando il mondo intero tranne che i miei amici, mi decido a rientrare. Del resto ho solo due euro in tasca e comunque la serata è finita: tanto vale tornare a casa per buttare giù qualche riga. Mentre viaggio sul mio due ruote per viale Trastevere , amabilmente deserto e un po' meno amabilmente buio, evitando le buche che oramai conosco a memoria, penso di non aver raccolto stimoli a sufficienza per risolvere il penultimo capitolo di ‘Pelle di Scambio’ , né per il terzo racconto dei Ragazzi della Farfalla. Le mie fissazioni da un paio d’anni a questa parte. “E il caso che sprechi questi due euro con un cappuccino al bar notturno di Piazzale della Radio” Mi sono suggerito, accettando subito quel saggio consiglio. La barista è una donna dell’est dall’aspetto ed il fare di una dama d’altri tempi. Vagamente malinconica nonostante sorrida, eretta e nervosa come una ballerina, ma poco loquace. Sarà la difficoltà della lingua o della fatica nel tenere a bada i rompipalle notturni, non saprei. So solo che mi piace sedere fuori, al tavolino più isolato, e far durare un’eternità quel cappuccino. Sorso dietro sorso accompagnati da un paio di ciospe gialle di Pueblo, fumavo ingollando il tempo senza trarre alcuna ispirazione, quando un paio di ragazze sbarcano da una vetturetta nera. Sono mezze nude. Short trancia inguine a giro culo e canotte chiassose da dove trasbordano seni da tutte le parti. Questa stessa mattina ho comprato due grossi polipi ed il tizio insisteva a farli entrare in un sacchetto minuscolo, non ne aveva altri, mentre questi sgusciavano tentacoli e capoccioni da ogni fessurina. Come le canotte con il tettume. Nonostante il loro abbigliamento, le ragazze non sono truccate né hanno atteggiamenti pendant con la mise. Avranno poco più di venti anni, carine e seriose, in qualche modo sono in contrasto con short e canotte alla puttanesca. Entrano nel bar per uscirne dopo un po' con cornetti e cappuccini e si vengono a sistemare al tavolo vicino al mio. Adesso, non raccontiamoci balle: ho avuto la fortuna di essere nella giusta posizione per sbirciare al meglio lo spettacolo, altrimenti sarebbe stato un tormento. Le mie occhiatine di striscio sono state intercettate dalle due che hanno sorriso sommessamente. Non avrei mai osato attaccare bottone, insomma, sarebbe stato deprimente! Al di fuori del mio modo di vivere e concepire un corteggiamento! Non sono capace a fingere interessi diversi da ciò che tengo bene sotto mira con gli occhi, in certi casi! Ci hanno pensato loro e nel modo più semplice e diretto. “Ottanta euro per un ora con me o con lei, centocinquanta per tutte e due.” Mi ha sussurrato la più piccolina, una moretta molto graziosa. Un’offerta speciale con sconto comitiva! Mi sono messo a ridere e lei ha partecipato per qualche secondo alla mia allegria, prima di incalzare decisa. “Alora? Guarda che siamo brave e faciamo sesso sicuro!” Già: Sesso sicuro… come sesso certo ma a pagamento. “Se è per questo siete anche molto carine, ma mi sto bevendo gli ultimi due euro che avevo in tasca.” Mi è sembrato scortese rifiutare, ma almeno ho detto la verità. La moretta scrolla le spalle e mi fa: “Là c’è bancomat!” E adesso? Esagero in sincerità e gli dico che non ho soldi in banca, che sono povero. E lei: “Bugia! È che tu sei tropo vecchio, eh?” Fermi tutti! Sarete pure du pezzi de gnacca a buon mercato ma fare le stronze a gratis non ci si guadagna. “Può darsi.” Le ho risposto dopo un tiro a vuoto alla ciospa che intanto mi si era spenta, “A me, forse, mi fregano gli anni e non vi ho rotto le palle per questo, anzi! me ne stavo tranquillo per i cazzi miei. Siete voi che cercate cazzi e non sempre ce n’è qualcuno così disperato!” Entrambe si rabbuiano in volto e si scambiano qualche parola. In quell’istante mi sono pentito di quanto ho sparato fuori, soprattutto dei modi e dei termini usati. Mi sono vergognato di questo caratteraccio levantino che reagisce ad ogni prepotenza peggio del prepotente che ne è stato l’artefice. Difatti, l’altra ragazza si alza e mi si avvicina con il faccino serio serio e mi spiega che la sua amica intendeva vecchio come pigro. Voleva essere una specie di battuta, il suo modo di fare ironia senza voler offendere. Sullo stile: “ma che ti pesa il culo fare due passi ed ovviare per divertirti un po?” Ecco. Va bèh… ma si è espressa troppo infelicemente! “Non siete italiane?” chiedo con la testa china. “No, ma parliamo bene e capiamo meglio!”
Ok, ho chiesto scusa per l’eccesso. Ognuno ha il suo punto debole ed il mio è quello di reagire malamente all’insensibilità e spesso senza pensarci troppo. A volte si diventa peggiore di ciò che si condanna, e questo succede sempre perché la volpe non arriva all’uva.
Sono andato al bancomat, ho preso qualche decina di euro, sono tornato al bar, ho pagato in anticipo cappuccini e cornetti per tutta la settimana alle due ragazze e me ne sono tornato a casa. Tra qualche sera ripasso da quelle parti per sapere cosa hanno detto quando ne sono state informate. Avessi qualche soldo in più gli avrei offerto un qualche corso universitario o un buon lavoro. E non per moralismo, né per carità pulciosa. È perché con il giusto sforzo l’uva casca sempre in bocca alla volpe o la volpe cresce quanto serve per poterla raggiungere. Fate voi.
Mi solletica osservare quei sostantivi che di fatto fanno a pezzi significati ben chiari ed insostituibili. Per esempio la fusione artificiosa e speciosa tra Buono e Cattivo, con un neologismo oramai non più tale: "Buonismo" (mi ha anticipato la Fallaci con il suo articolo) e il suo falso, ma mai usato, contrario: "Cattivismo" Il buonista, per accezioni mai chiarite, sarebbe una forma mentis che nasconde dietro un profilo di tolleranza e bontà incapacità e vigliaccheria o solo uno specialista dei Buoni? Comunemente passa la prima delle due ipotesi. Dunque la radice del sostantivo, Buono, è messa alla berlina. O no? Una lingua è viva quando si arricchisce e muta, ma in questi casi si è davanti al gioco sporco delle alterazioni mirate del linguaggio. Alterazioni con scopi precisi, ad hoc, come certe leggi ad personam, destinate cioè ad uso e vantaggio di qualcuno. Al di là delle prospettive o dei personali giudizi, credo si convenga che l’innesto di un vocabolo nell’uso e nella sintassi di una lingua abbia senso se questo è di ampio uso, utilità e comune condivisioni delle sue accezioni. Continuando su questa scia , individuando cioè categorie di comportamenti e pensieri per coniare nuove parole, mi sono divertito a buttarne giù alcune. Mi piacerebbe arricchire questo insolito e provocatorio dizionario con la partecipazione dello Space
Termini e Significato proposto:
Ambizionismo: Condizione/Posizione intellettuale, e non, che genera podismo in carriera e automatiche posture genuflesse davanti a superiori di grado. (Vedi: Leccaculismo)
Anticazzismo: Condizione/Posizione intellettuale che si oppone preconcettualmente a posizioni e comportamenti del cazzo. Da non confondere con riserve morali di talune religiose, né con quelle di esponenti omosessuali femminili. Bastismo: Condizione/Posizione intellettuale ed emotiva che induce ad accontentarsi.
Confusionismo: Movimento politico trasversale agli schieramenti. Condizione/Posizione intellettuale che propende a miscelare verità e bugia, realtà e fantasia, al fine di oscurare la capacità degli individui di comprendere natura e scopi dei fatti.
Cattivismo: Condizione/Posizione intellettuale che predilige idee e comportamenti da carogna travestiti da atteggiamenti di carattere e sicurezza di sé. (vedi: Forzitalismo) Tale condizione mentale prevede l’occultazione con comportamenti socialmente graditi. (Vedi la russa che ride)
Fallimentismo: Condizione/Posizione intellettuale e morale che propende a desiderare il fallimento di qualunque impresa, pratica o morale, concepita da terzi. Un Fallimentista evita accuratamente qualsivoglia iniziativa personale onde non incorrere all’autosuggestione.
Fancazzismo: Condizione/Posizione intellettuale di soggetti tesi ad evitare ogni sforzo ed attività impegnativa. Il/la Fancazzista persegue la mimetizzazione della sua vocazione con false animosità e partecipazioni a progetti comuni ed è il/la più attento/a a sollevare critiche e lamentele. Riconoscibile dall’andamento strascicato degli arti inferiori di cui sviluppa un’atrofia locale pari a quella mentale.
Forzitalismo:
Condizione/Posizione pseudo intellettuale che induce ad applaudire al padrone; ad evitare l'uso fondamentale delle proprie facoltà mentali; a raccontar balle e a crederci applaudendosi.
Genialismo: Insana ed irritante Condizione/Posizione intellettuale che induce ad iperbole esasperate circa l’autodefinizione delle proprie peculiarità mentali.
Idiotismo: Condizione/Posizione intellettuale che intende l’idiozia (non la patologia medica) come elemento d’ispirazione per un modello comportamentale generale. (Vedi: Amci, Reality, etc.) Leccaculismo: Condizione/Posizione intellettuale volta ad accrescere godimenti anali ai potenti
Prendismo: Non è l’opposto di Lassismo. Condizione/Posizione intellettuale che induce a ritenere corretta ogni azione atta a prendere qualsiasi cosa, lecitamente o meno. (Vedi: Poltronicismo)
Poltronicismo:
Condizione/Posizione intellettuale che mira ad avere e conservare qualsivoglia poltrona di potere. (Da non confondere con Poltronismo)
Poltronismo:
Condizione/Posizione intellettuale che ritiene chiunque sia gerarchicamente inferiore e con pretese di stipendio un fannullone.
Mediocrismo: Condizione/Posizione intellettuale che evita e contrasta ogni eccellenza. Il Mediocrismo agisce in apparente contrasto con l'Eccellentismo Molto diffuso nei
Santitismo: Condizione/Posizione intellettuale di una precisa categoria d’individui che ritiene ogni propria azione e comportamento direttamente ispirate da entità supreme. Codesti individui non mostrano alcun segno (vedi: stimmate) di contatto con il divino.
Stareaguardismo: Condizione/Posizione intellettuale e fisica di soggetti protesi all’inazione propria ed al giudizio critico delle azioni/imprese altrui. Condizione meno rilevabile del Fancazzismo
Tre del mattino. L’aria è fresca ed il vento, che ha spazzato per bene la città per tutto il giorno, prima di andarsene via ha spruzzato un po' di odori in giro. Come Elyza, la mia collaboratrice domestica e buona samaritana che mi faceva le pulizie in casa, mossa da pietà per questo balordo squattrinato, ed in cambio chiedeva solo di essere sposata. Appena finito si dava da fare con lo spray deodorante, ed io che mi sperticavo ogni volta a dirle che quella roba era merda vaporizzata, roba chimica, che faceva male ed era una truffa ai ricordi dei fiori e delle fragranze naturali. Succedeva due estati fa. Come allora anche adesso amo gironzolare per la città di notte o durante le festività, tipo ferragosto, in cui la città torna a dilatarsi scrollando le strade dagli ingombri metallici dei suoi abitanti voluminosi.
Dopo aver girovagato per Trastevere, incontrando il mondo intero tranne che i miei amici, mi decido a rientrare. Del resto ho solo due euro in tasca e comunque la serata è finita: tanto vale tornare a casa per buttare giù qualche riga. Mentre viaggio sul mio due ruote per viale Trastevere , amabilmente deserto e un po' meno amabilmente buio, evitando le buche che oramai conosco a memoria, penso di non aver raccolto stimoli a sufficienza per risolvere il penultimo capitolo di ‘Pelle di Scambio’ , né per il terzo racconto dei Ragazzi della Farfalla. Le mie fissazioni da un paio d’anni a questa parte. “E il caso che sprechi questi due euro con un cappuccino al bar notturno di Piazzale della Radio” Mi sono suggerito, accettando subito quel saggio consiglio. La barista è una donna dell’est dall’aspetto ed il fare di una dama d’altri tempi. Vagamente malinconica nonostante sorrida, eretta e nervosa come una ballerina, ma poco loquace. Sarà la difficoltà della lingua o della fatica nel tenere a bada i rompipalle notturni, non saprei. So solo che mi piace sedere fuori, al tavolino più isolato, e far durare un’eternità quel cappuccino. Sorso dietro sorso accompagnati da un paio di ciospe gialle di Pueblo, fumavo ingollando il tempo senza trarre alcuna ispirazione, quando un paio di ragazze sbarcano da una vetturetta nera. Sono mezze nude. Short trancia inguine a giro culo e canotte chiassose da dove trasbordano seni da tutte le parti. Questa stessa mattina ho comprato due grossi polipi ed il tizio insisteva a farli entrare in un sacchetto minuscolo, non ne aveva altri, mentre questi sgusciavano tentacoli e capoccioni da ogni fessurina. Come le canotte con il tettume. Nonostante il loro abbigliamento, le ragazze non sono truccate né hanno atteggiamenti pendant con la mise. Avranno poco più di venti anni, carine e seriose, in qualche modo sono in contrasto con short e canotte alla puttanesca. Entrano nel bar per uscirne dopo un po' con cornetti e cappuccini e si vengono a sistemare al tavolo vicino al mio. Adesso, non raccontiamoci balle: ho avuto la fortuna di essere nella giusta posizione per sbirciare al meglio lo spettacolo, altrimenti sarebbe stato un tormento. Le mie occhiatine di striscio sono state intercettate dalle due che hanno sorriso sommessamente. Non avrei mai osato attaccare bottone, insomma, sarebbe stato deprimente! Al di fuori del mio modo di vivere e concepire un corteggiamento! Non sono capace a fingere interessi diversi da ciò che tengo bene sotto mira con gli occhi, in certi casi! Ci hanno pensato loro e nel modo più semplice e diretto. “Ottanta euro per un ora con me o con lei, centocinquanta per tutte e due.” Mi ha sussurrato la più piccolina, una moretta molto graziosa. Un’offerta speciale con sconto comitiva! Mi sono messo a ridere e lei ha partecipato per qualche secondo alla mia allegria, prima di incalzare decisa. “Alora? Guarda che siamo brave e faciamo sesso sicuro!” Già: Sesso sicuro… come sesso certo ma a pagamento. “Se è per questo siete anche molto carine, ma mi sto bevendo gli ultimi due euro che avevo in tasca.” Mi è sembrato scortese rifiutare, ma almeno ho detto la verità. La moretta scrolla le spalle e mi fa: “Là c’è bancomat!” E adesso? Esagero in sincerità e gli dico che non ho soldi in banca, che sono povero. E lei: “Bugia! È che tu sei tropo vecchio, eh?” Fermi tutti! Sarete pure du pezzi de gnacca a buon mercato ma fare le stronze a gratis non ci si guadagna. “Può darsi.” Le ho risposto dopo un tiro a vuoto alla ciospa che intanto mi si era spenta, “A me, forse, mi fregano gli anni e non vi ho rotto le palle per questo, anzi! me ne stavo tranquillo per i cazzi miei. Siete voi che cercate cazzi e non sempre ce n’è qualcuno così disperato!” Entrambe si rabbuiano in volto e si scambiano qualche parola. In quell’istante mi sono pentito di quanto ho sparato fuori, soprattutto dei modi e dei termini usati. Mi sono vergognato di questo caratteraccio levantino che reagisce ad ogni prepotenza peggio del prepotente che ne è stato l’artefice. Difatti, l’altra ragazza si alza e mi si avvicina con il faccino serio serio e mi spiega che la sua amica intendeva vecchio come pigro. Voleva essere una specie di battuta, il suo modo di fare ironia senza voler offendere. Sullo stile: “ma che ti pesa il culo fare due passi ed ovviare per divertirti un po?” Ecco. Va bèh… ma si è espressa troppo infelicemente! “Non siete italiane?” chiedo con la testa china. “No, ma parliamo bene e capiamo meglio!”
Ok, ho chiesto scusa per l’eccesso. Ognuno ha il suo punto debole ed il mio è quello di reagire malamente all’insensibilità e spesso senza pensarci troppo. A volte si diventa peggiore di ciò che si condanna, e questo succede sempre perché la volpe non arriva all’uva.
Sono andato al bancomat, ho preso qualche decina di euro, sono tornato al bar, ho pagato in anticipo cappuccini e cornetti per tutta la settimana alle due ragazze e me ne sono tornato a casa. Tra qualche sera ripasso da quelle parti per sapere cosa hanno detto quando ne sono state informate. Avessi qualche soldo in più gli avrei offerto un qualche corso universitario o un buon lavoro. E non per moralismo, né per carità pulciosa. È perché con il giusto sforzo l’uva casca sempre in bocca alla volpe o la volpe cresce quanto serve per poterla raggiungere. Fate voi.