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sabato, luglio 11, 2009

EROS DEL TALENTO

EROS DEL TALENTO


Tra Onanismo e Talentuosità intercorre un sistema solare.
Credo che sia facile convenire che risulta quasi impossibile non amare il talento. Quando c’è e lo si avvisa. Ogni talento. Amare gli esercizi di mano richiede un talento perverso o l’assenza totale di questo.

Ma cosa s’intende più comunemente per Talento? Una capacità innata, un’abilità speciale, un tocco unico e personale? Sì, ma non basta. Il talento è tutte queste cose più l’incancellabile sensazione che il suo divenire non cesserà mai di stupirci.
Lunga la polemica tra chi vede o non vede quel tale talento o altri ancora, e non c’è soluzione di continuità in questo. Come in tutto ciò che attiene alla personale percezione o convinzione. Però, porco toro, mi è davvero difficile restare neutrale davanti a certe dichiarazioni sullo stile “Ha talento per fare il tronista, il fico, il manzo… Come cantante tipo il D’Alezzio… come Velina/o… Come poltrona al parlamento…” o peggio, “Come grande scrittore, grande attore, grande artista!” quando quest’ultima affermazione viene da un mondo assolutamente privo di ogni talento e grandezza!
Infatti, non c’è alcun talento dove l’uniformismo si moltiplica e fa eco all’usuale, alla moda, all’andazzo, dove prevedere cosa succeda tra giornali e tv non è da veggenti ma da osservatori, sufficientemente distratti da birra, patate fritte, polpette e videogiochi, svaccati davanti ad un Mega Plasma da cento pollici, rapinato con duecento rate comode comode, mezza per pollice! È solo dare valore al semplice apparire, ad un’immagine mirata per provocare o stupire un vivere adolescente. Non serve chissà quale filosofia o geniale impegno per riuscire ad essere senza talento. Viene da sé, come quando il talento c’è. Però questo si presenta fin dall’inizio senza mutande. Lo si riconosce subito se non si cerca ancora una propria fottuta abilità in qualcosa, se non ci si sta chiedendo tuttora “E perché io no?” C’è chi ama il talento da spettatore e chi si spinge a coltivarne e curarne l’avvento. In questo ultimo caso si tratta di vero amore.

Amare il talento è un atto sessuale. Un atto che prevede azioni e desideri in apparente contrasto. È come pervertire la realtà ad un’idea: richiede la sincerità più assoluta delle azioni nella confessione più spregiudicata delle pulsioni che si accavallano. È un atto di conquista e di seduzione, di guida e manipolazione, in certi casi tanto immorale quanto necessaria. Tenendo conto che ciò che è o non è immorale è legato essenzialmente a chi ne trae benefici o piacere, danni o sofferenza.

Scoprire ed appassionarsi ad esaltare il talento, per chi scrive è come avere tra le mani una vergine. Una vergine che genera l’immediato desiderio per ciò che potrà essere. Desidero accudirla, accompagnarla al primo mestruo, alla prima cotta, al primo bacio e poi sostenerla nella perdita delle ultime tracce di bambina, gustarmi il suo conformarsi all’eros, iniziarla all’amore del proprio spirito vitale, indurle curiosità e desiderio, farle immaginare le alchimie possibili del sesso e suscitarne il bisogno. E mi riprometto di estendere taluni insegnamenti fin dove vi siano spazi o spiragli accessibili. La istruirò alla conoscenza delle passioni e gliene stimolerò di nuove, le farò emergere e prendere forma nella sua mente. Le insegnerò il valore del sapere di sé e la libertà d’essere, l’orgoglio del proprio corpo, l’umiltà d’imparare in ogni circostanza e di darsi fino in fondo. Quando avrà assunto i tratti della prima giovane donna che sarà, quando la femmina si sarà rivelata in tutta la sua essenza… muterò.
Trasformerò il mio desiderio di averla, di prenderla su di un altare, nel bosco di una gita improvvisata, nell’ombra di un salotto a due passi da una festa, tra le spume di una risacca, al buio di un cinema o di uno sgabuzzino, con dolcezza, con morbosa invadenza, sfiorandole il sesso, affondando le mani sui suoi vergini fianchi nudi, divorandole il seno, il collo, le spalle, la schiena, spingendo la sua bocca ad aprirsi al primo bacio fatto di fremiti, tremori ed ansie… nell’addio alla nuova creatura. La lascerò andare senza nemmeno sfiorarla e la manderò via deciso se si mostra incerta del distacco. La spingerò a spendere senza risparmi quanto le avrò saputo infondere, senza pretendere resti né incasso. Godrò solo dei suoi successi lasciandola maturare nei suoi errori.
Sarà un regalo che mi concedo senza aprire mai la splendida confezione, cedendo a qualcun’altro l’esultare nella sorpresa per ciò che forse non merita.

È così che fa chi ama il Talento, fin dal primo istante sa che si farà da parte per ciò che non gli appartiene pur avendone imposto il valore di borsa. È un’azione ispirata solo dall’amore, quello che apre la gabbia riconoscendo il diritto del volo.
Ciò che si ama si desidera, è vero! Esalta recondite fantasie d’appagamento, è vero. Tuttavia, una volta tra le mani il frutto, chi ama davvero il talento non troverà patria nel violarlo per sé, poiché, alla fine, gli risulterà minuscolo per i propri denti e dal sapore acerbo, e se insite, dopo un po' ne resta inevitabilmente deluso. Quanto si è fatto sorgere dalla pianta in germoglio fornirà più moneta nel veder godere il mondo della nostra azione, piuttosto che consumarlo nel silenzio senza gloria. Sì. L’amore per il Talento è quell’amore per ciò che non abbiamo ricevuto, per ciò che non ci è stato consentito o che non abbiamo saputo cogliere né coltivare per noi, almeno non per tempo, non nelle giuste stagioni. E se non splende oltre il proprio giardino vive un’inutile estate di prigione.

Ma siamo fatti di carne, affatto esenti da tentazioni e minuterie dell’ego. Restando nella metafora della vergine, sono cazzi amari farsi da parte. Figurarsi se ce l’hai lì, nuda e supina al tuo volere! È un bel parlare di idealità, quando la bava ti invade la bocca. Che sia il proprio talento o quello di altri. Perché in tutto ciò persiste la presenza di mostri tenuti al guinzaglio dalla coscienza, che a volte sfuggono alla presa e azzannano gridandoci “Idiota! Vigliacco! Segaiolo! Fallito!” Banditi del proprio istinto che intendono ghermire, divorare, saziarsi, tenere per sé, depredare! Quando invece si tiene polso allo strangolo e si riesce a schiacciarli a terra, incatenati e prostrati, quei mostri ci commuovono con i loro lamenti “Non è giusto… Ne ho diritto… Perché cedere ad altri quello che è mio, creato da me?...”, e subentra il verme dell’inetto, il terrore di essere deriso, di essere un accattone, né angelo né demone. Se poi si aggiunge la condanna di chi vedrà in noi solo un agire inspiegabile, rinunciatario, pavido e inquietante, insomma: una presa per il culo! non di rado si desidera essere satana in persona e stuprare la vergine senza troppe chiacchiere.
Porca zozza! Io ho faticato ed un altro se la dovrebbe godere?” Non è banale gelosia, qui scatta la bestia, il predatore, cazzo! E bau!
Un amore che prende questa strada più che esaltarsi nella bellezza ne viene corrotto. È la cupidigia della belva, il cinismo di chi guida la propria preda nella tagliola e questa, una volta esplosa la sua mortale presa, o uccide… o renderà zoppo ogni talento curato.

Amare il talento ci costringe ad essere migliori. Sempre l’amore ci costringe ad essere migliori. Scopare il talento è impossibile. È il talento a farti l’amore. A farlo con tutti rendendoli felici. Il talento è una vergine maiala: la fa vedere a tutti ma non permette a nessuno di violarla. Eppure… a monte di tutte queste chiacchiere, chiunque lo riconosca e lo ami ne resta appagato.
Per ciò che riguarda il sesso reale, se non si ha talento nell’amplesso è perché si è coltivata l’autosufficienza manuale. Oddio, anche in questo vi si trova talento, ma a che serve se non si condivide? Qualora lo si voglia fare deve essere un autoerotismo spettacolare, inenarrabile, unico e destinato ad un vasto pubblico, sennò… è solo pippa.

domenica, giugno 21, 2009

Cara mamma e caro papà, ma che state a fa?

Cara mamma e caro papà, ma che state a fa?


Cara mamma e caro papà,
questa mattina mi sono infilato la maglietta di ieri e dopo nemmeno la prima sudata puzzavo come il formaggio marcio che piace a papà. Quando mi è venuta a prendere la nonna si tappava il naso e si è arrabbiata e non sai come ha fatto con le maestre del centro estivo, che però gliel’hanno detto che era quella di ieri, ma lei ha giurato che mi tiene a casa sua, con i gatti rompiscatole e le tendine sempre chiuse perché mi fanno sporcare e non mi dicono di stare pulito. Velo dico subito: me ne scappo! E poi le femmine che mi hanno preso in giro tutto il giorno? E già che tutti gli altri mi dicono sempre: “ma perché tua nonna viene sempre un’ora prima e rompe le scatole alle maestre?”, “Ma perché tua nonna litiga con tua madre perché ti porta qui?” adesso grazie alla puzza sono fritto! Eh sì! Come un gambero, dice nonna, che secondo lei sono troppo rosso per il sole. Ma la colpa non è mia è la vostra che al mattino avete sempre fretta, più di quando devo andare a scuola e poi litigate tra di voi e poi con me e poi fate tutto nervoso che io mi vorrei nascondere e starmene in pace. Ma chi ci pensa alla maglietta sporca? Ma però anche se mi viene in mente di prendere la roba pulita non ho coraggio perché il lavoro vi fa andare sempre di fretta più arrabbiati e state sempre a parlare solo di soldi e ve ne dite di tutti i colori! Che le parolacce che non dovrei dire se ne vanno in giro per la casa come tante farfalle. Ma quando sono nato ci avevate qualche idea dei bambini? Che vi veniva in mente che dovevo essere? Certe volte mica lo so se sono un bambino o un problema. E secondo voi i problemi non hanno le orecchie per sentire e gli occhi per vedere. Magari non ho un naso buono… va bèh, però almeno d’estate posso vivere meno veloce?
Io guardo tanti amici che hanno le famiglie con i problemi ma che ridono sempre di più di me. A me piacerebbe ridere come fanno loro, ma sono sempre preoccupato che voi, la nonna Lella e i nonni Gaetano e Maria litigate per me e poi è a me che mi rimproverate!

Questa sera ho scritto la lettera che sto scrivendo per voi dal computer della mamma che non vuole che tocchi perché si rompe. Come si rompe tutto quando mi avvicino. Anche lei proprio si rompe facile con me. Anche tu papà, ti rompi o non mi senti nemmeno se stai facendo le cose e poi se insisto ti arrabbi (avevo scritto tincazi ma poi vincazate davvero se lo dico). Allora se rompo a voi, alla nonna, ai miei amici si vede che sono proprio io. Ma io non sono sicuro che mi sono fatto da solo così. Anzi, Mastro Pentola del centro estivo mi ha detto che sono i genitori che fanno i bambini prima e dopo che li hanno fatti. E allora dico, MA CHE STATE A FA? Avete fatto la scuola per i genitori? Che non so se ce ne una ma sì, sennò come si fa bene un bambino? Andavate bene? bei voti? Se vi anno bocciato non vi dico niente ma però capisco perché mi sembrate un po' imbranati. A me potete dirlo che anche io a volte non ce la faccio proprio con la scuola e voi mi castigate. Se invece lo dite non dovete più fingere di essere bravi genitori e magari tra di noi ripetenti ci diamo una mano no?
Domani vado al centro estivo che mi lavo 2 volte! e mi porto la maglietta e la mutandina di cambio e le uso sicuro. Se nonna Lella dice che mi sporco troppo e tu mamma dici ‘è vero!’ non vi sto più a sentire capito? Mi piace Margherita e quella mi viene a nasare subito per ciò mi spruzzo di bomboletta profumata sennò!

Vi do un bacio e dico a Mastro Pentola che ve la da lui questa lettera così non la fate che la strappate senza dire niente come le altre.

Niccolò Redian
Postino Post


domenica, giugno 14, 2009

I Vaffanculo d’estate


I Vaffanculo d’estate.

D’estate, per le straduzze bollenti e soffocate della città vecchia, scorreva saltellante sulle grigie lastre sconnesse di pietra vulcanica il carrettino del gelataio. La sua prima campanella e il suo vociare “Gelatiiiii!” annunciavano a noi bimbi che l’estate spalancava la porta di casa per lasciarci sciamare tra urla, giochi e sbucciature. Quella stessa voce e il campanellino insistente, verso la prima adolescenza, si traduceva nelle immagini di prossime fughe monelle al mare, merende rubate in cucina e intere giornate all’avventura.
È bastato il primo bacio da quindicenne a primavera ad esplodere per mille il desiderio dell’estate ed una gioia persino dolorosa. Non aspettavo altro che le nostre prossime fughe in spiaggia: Io e Lei a baciarci, a toccarle il seno e le gambe finalmente senza intermediari tra il desiderio e la pelle. Sognavo ad occhi aperti di levarle gli ultimi piccoli ostacoli per accedere al piacere supremo. Certo, fantasie di un quindicenne innamorato dell’estate che sembrava promettergli di far sparire la sua dipendenza onanistica, ma mi sarebbe bastato solo abbracciarla, magari immersi nel ristoro del mare dove meglio occultare l’esasperato vigore tra le mie gambe. Invece… quell’anno appresi quanto potesse essere cortigiana l’estate. Al primo e unico giorno tra sabbia bollente e tuffi irritati, lei mi lasciò. Mi lasciò tre volte. La prima volta mi lasciò di merda tenendomi alla larga. La seconda volta mi lasciò con gli amici dedicandosi al cinguettio tra femmine. La terza mi lasciò per un altro. Inutile dire che fu la terza a scatenarmi l’odio per l’estate. Sarebbe cessato in un istante se avessi rimediato con altrettanta velocità nel sostituirla. Quell’estate scoprii quanto sognare in due in primavera e svegliarsi d’estate in solitaria, decuplicasse l’afa e irritasse la pelle: scottatura solare di terzo grado, con tanto di piaghe e febbre. “Cazzo, guagliò! Ma tu ti ammali proprio d’estate? Fosse che ti porta iella?” Il buon umore mi si affacciò in autunno, ed era altra cosa: fiacco e giallastro come le foglie.

In seguito a nulla è servito avere la ragazza d’estate. Averne due, persino tre. Sembravano mettersi d’accordo con le chimere: c’era sempre qualcun altro più carino o meno magro da agganciare. Non era colpa delle ragazze se si scoprivano più mature nel corpo e tiravano le somme: io bona! lui secco! No. La colpa era tutta dell’estate che spalanca ogni porta, soprattutto quella della frenesia. Mi vaccinai, e a Maggio, al massimo ai primi di Giugno, preparavo le valige del cuore. Qualche anno dopo la mia storia d’amore sembrava resistere ai primi caldi estivi. Incrociavo le dita delle mani e dei piedi. Eravamo a Luglio e tutto filava per bene. Poi le vacanze con la famiglia. Lei partì per la ‘Villeggiatura’ ad Ischia, dove l’attendeva il ventiduenne tennista prenotato dalla vacanza precedente. Tra la fine di Luglio e la fine di Agosto, quei due si erano messi d’accordo per darci sotto di lingua e strofinamenti. Le feci un’improvvisata, una vera fuga da casa con tanto di sacco a pelo, canadese e scatolette. Senza un soldo se non per le emergenze, e tanta voglia di sfatare l’idea dell’estate zoccola e rapinatrice. Sfatare? La mattina dopo, all’alba, ero già sul primo traghetto. Direzione: Mestizia Bay.
Brutta cosa una coda tra le gambe d’estate. A parte il pelo che ti si appiccica tra le chiappe, la sensazione dell’ano minacciato è più pressante!
Poi si cresce. Si cambia. Si mette su massa, un po' di benessere, la moto… e le cose mutano in meglio. Ma l’estate, che tutto sommato adoro poiché è dispensatrice di banchetti femminili per gli occhi, restava sempre zoccola! Non c’entravano più dispiaceri amorosi o voluminose sudate in solitaria. Avevo imparato a non aspettarmi niente di eccitante dall’estate, né l’estate sembrava eccitarsi per me. Ah si!
Programmare vacanze o qualche viaggio? Figurati! Meglio improvvisare quando capita! Solo una volta ho programmato e mi sono ritrovato in una bolgia di biglietti sbagliati, albergatore paraculo, posto-spiaggia sull’asfalto a qualche chilometro dal bagnasciuga, menù di pesce senza pesce, feste in piscina con “Io, mammeta e tu”, escursioni in amene località inserito nel reparto geriatrico in fuga, ed extra compresi, ma per chi comprendeva farsi extra rapinare! In effetti, più andavo avanti negli anni e più mi sembrava che l’estate fosse stata creata per il piacere degli altri.
Tuttavia, devo ammettere, la mia parte autolesionista si manifesta comunque: m’innamoro spesso d’estate. Diciamo di ogni occasione insolita, più che delle persone.

Adesso, ditemi: si capisce perché non lavoro mai d’estate? E non per strategia o per una saggia scelta, lo giuro! è che non mi viene. Infatti, dal lato artistico a quello materiale, qualsiasi lavoro io abbia intrapreso, a metà Giugno cessa, per riprendere in autunno. E non è che mi stia bene, anzi! Vado in secca, senza un soldo e senza soluzioni. Ma tant’è…

Ma la cosa che oggi mi fa sorridere di questa iattura, è che persino in rete, qui, tra gli amici di MySpace o di Facebook, con i primi caldi si avvisa la fuga, il deserto. E già che durante l’anno si riceve poca posta tra il sabato e la domenica, ma dai primi di Maggio cessa del tutto. Chiudono i teatri, i pub, i piccoli locali di cultura, luoghi di più ampio respiro intellettuale, d’incontro... anche i post e i blog. Gli amici in carne e quelli virtuali latitano. Si organizza per qualche corsa al mare o in montagna, ma in sostanza la vita della mente sembra che si sospenda. Porte e finestre spalancate, ma un’inspiegabile distanza dal mio mondo di relazioni comincia a crescere. Dice: “Ma tu c’hai le pigne in testa se credi che con le belle giornate uno se ne sta in casa al computer per farti piacere!” Vero. Fisiologico. Però… e dall’ufficio? Che la maggioranza è da lì che smanetta in rete?
Facciamola finita con il ripararci dietro certe cazzate. È che quando arriva l’estate zoccola tutti desiderano goderne le grazie. Si esce… per incontrare gente, vedere gente, parlare, cosare, passeggiare, stare in giro, punto! Giusto uno come me può non perdere la testa, visto che diversamente ci rimette il culo.


Nik è il gelataio

giovedì, maggio 28, 2009

Risacca e Respiro di Fango e di Fuoco

Risacca e Respiro di Fango e di Fuoco

Il rosso che si frange nelle spume del mare, tra le luci dell’alba o del tramonto, a volte ricorda un respiro di fango e di fuoco. Altre volte scrosci schiumanti di miele e oro.
Si crede, si pensa, che sia per quanto oro, fango miele o fuoco si affollino nella mente di chi indugia lo sguardo ai suoi umori.

Eppure stasera il mare, ne sono sicuro, dalle schiume infuocate e fangose gridava rabbioso tragici vissuti d’abisso. Passioni di lava tra calamari giganti e lucciole marine. Laggiù, tra le rocce e gli spasmi dei fondali bollenti e oscuri, chissà quale dramma affollato tra i tanti che l’abbia indignato.

Un ruggito assordante, in quel modo del mare di risacca incessante, che montava brume giallastre in fiotti di spasmi, e che artigliava la rena ribollendo cattivo.

Sì! Era furioso il mare con il sole, che s’affogava all’orizzonte.
Forse perché quel tizzone celeste spariva affondando noncurante e deciso, tra le acque lordate dal colore del fuoco? O era per la solita fede dell’astro nel prosciugarne ogni goccia?
Sarebbe un’idea non tanto infelice, né presa da un matto, se solo una volta si volesse pensare che le cose del mondo, dall’inerte materia alle fibre di legno, hanno propri pensieri, una vita ed affetti.
Ho sentito una storia tra il cedro e gli aranci, che parlava di foglie felici e frutti annoiati, e di come per giochi d’amore il vento tra i fiori si mise a cantare.

Quando ascolto le storie di umana risacca, tediose e costanti ricorrenze d’aceti, sempre uguali a se stesse per quanto diverse, mi perdo il mistero.
E la scienza che incede tra un uomo e una donna, tra infelici in attesa o redenti d’amore, tra chi lascia e chi resta al suo settimo cielo, diventa cartaccia, scarabocchi infantili, perline fasulle.

Non so perché.

Sarà che la voce del mare al tramonto confessa ben oltre un solo destino, che svolge i suoi giochi sotto il pelo dell’acqua. O sarà che l’ascolto di cedri ed aranci ha un profumo vivace che soverchia la noia.
Sarà che di sera… succede un respiro di fango e di fuoco, al di là degli accenti su questo o su quello.


Nik è la rena ghermita

sabato, maggio 16, 2009

GUAI A NON CORTEGGIARLA O A FARLO SE...


Umore:Scompagnato
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Amore… per tanta gente è più un’arma per odiare, che per non farlo. Però ci voglio arrivare per gradi.

Mettendosi d’accordo… forse si converrà che l’amore è l’ingrediente base per la maggioranza di coloro che desiderano una panacea totale. Mettendosi d’accordo solo un po', va bene?
Sempre con un minimo di condivisione su alcune riflessioni, si converrà pure che sovente l’amore riesce ad essere più motivo di dolore che di piacere. Ecco, giusto giusto con un minimo di riflessione.

Restando tra condivisioni minime e sussurrate… a molti risulterà che l’amore è più gradito in sogno, nell’ideale della sua sostanza, nell’immagine che stimola, di quanto non lo sia una volta che materializza incertezze e paturnie, no?

E per finire, dando per scontato che si parla d’amore così come più ampiamente abusato nelle sue accezioni, dove il comune denominatore è che ci sia, mi chiedo dove e come cercarlo. E se davvero, messo davanti al proprio naso, talvolta dichiarato a suon di trombe, checché avvenga per trombare, lo si voglia davvero cogliere! Giusto?

Se stiamo a guardare i fatti, e non le infinite intenzioni e promesse che ci si fa in attesa che si riveli, quest’idea ben diffusa dell’amore è tanto debole quanto falsa.
Vorrei vedere chi, sapendo d’essere amato o amata da qualcuno, prescindendo dal sembiante carnale, dalla condizione economica e dalla età di chi si dichiara, si propenda a ricambiare amore senza indugi.
E fin qui è facile l’assioma. Se gradevoli o fisicamente attraenti, soddisfacentemente giovani e non falliti o socialmente disarticolati, va bene! Si può fare. Talvolta delle tre condizioni ci si accontenta di due, ma mai di meno! Certamente non senza la prima. E ci sarebbe da dire parecchio su chi è o non è gradevole o attraente. Vedi sul dizionario la parolina: Fascino.
Tuttavia, a leggere, a sentire quanto si afferma così diffusamente tra le righe dello space o di altri aggregatori d’anime elettroniche, tra sfoghi e rimpianti, tra rimorsi e nuovi peccati da compiere… si ha l’idea che chi brama l’amore non tenga per nulla in considerazione le tre condizioni dell’approccio!
Falso.
Per carità, nessuno chiede di aprire il proprio cuore a scorfani, puzzoni, cozze, individui molesti e deculturati, sciacquette, ubriaconi e avvinazzate, imbranati, millantatori e millantatrici, sciupafighe e rovinacazzi, mariuole e scassinatori, noiose lamentine e cagacazzi a gogò, paraculi e furbastre, bugiarde e mentitori professionisti, porci vocati e maialesse assatanate! Anche se persino costoro, probabilmente parecchio a latere, potrebbero avere da donare.

Però, che ci si inerpichi in poesie fasulle, ignobili clichè, idealità che puzzano di concreto ciarpame, in sospiri che sanno di asma, e che alla fine si va solo a caccia del pane quotidiano di sesso e gratificazione… del tutto comprensibile se onestamente esposto… bèh, dire che fa schifo è da moralisti beceri, d’accordo, ma possiamo convenire che alla fine rompe le palle a chi se ne accorge e per amore, quello sì, del dialogo e della gente in generale finge di non vedere? Convenite che il gioco è talmente banale da convincersi che un taglio alle vene è più divertente?

In sintesi. Da queste parti, nel blog universe, si chiede e s’invoca un mondo migliore, la sincerità tra le persone, la solidarietà, l’amicizia (mah!), insomma, un coinvolgimento più generale sui sentimenti, sui buoni sentimenti, e poi… se non rientri nei tre parametri delle pretese: vaffanculo!
Il fatto è che nessuno su queste pagine di bit può sapere esattamente chi è l’altra, l’altro, anche se va a caccia della foto e di notizie che confermino che sia carina o carino, sufficientemente giovane e non stia talmente in bolletta da non potersi nemmeno definire alla canna del gas. No, non lo può sapere! Ciononostante, alla fine capisce cosa cerca l’altra, l’altro, non immediatamente è vero, ma se ci si affida a quanto gli scrive con messaggi
privati, o scrive a tutto gas tra Post e dichiarazioni di stato, umore etc., per quanto si occulti, la memoria e la lettura costante rivelano veramente chi è colei o colui nascosto dietro un alias, un nikname, una sigla, un’immagine, una frase del “Chi sono:”. Succede nella vita e succede anche qui. Siamo tutti dei Re Nudi e prima o poi ci si vede a culo scoperto!

E vengo al punto. Una persona, anzi, un alias, mi ha chiesto: “Ma qui non cerchi anche tu le stesse cose ?” Lçe ho detto di no, che da quel punto di vista è il luogo meno adatto per ciò che mi riguarda. Non mi ha creduto, anzi, si è chiesta allora che cazzo ci facevo in Myspace.

Siamo alle solite! Si analizzano le persone partendo dal presupposto che tutti, più o meno, siamo in malafede. Esattamente come fanno i nostri governi, chi ha potere e chi in generale dovrebbe coordinare il vivere civile. Costoro partono dal presupposto che noi, la massa, imbroglieremmo, trufferemmo, ruberemmo a prescindere! E concepiscono leggi e regolamenti con l’idea che tocca a noi dimostrare che siamo onesti, leali, sinceri, affidabili cittadini e innocenti. Sempre a prescindere.

Sarei io che dovrei dimostrare di stare qui per altro che non sia una mera disgraziata questione di sfiga, astinenza o sindrome Priapea? Bene, se quell’alias avesse letto ciò che scrivo e tenuto conto della distanza che assumo da ogni forma di corteggiamento, più o meno larvata… Oh! Accidenti! Anzi: oh cazzo! Ma… scrivo spesso quanto ammiro e mi piace certa umanità! Mi preoccupo persino di comunicare con calore i miei sentimenti! Porca zozza! Ho fatto persino delle dediche a certe persone che, non so per quiale ragione, mi ispirano la tastiera! È vero che restano parole e che non ho mai dichiarato a nessuno, qui tra i Bit, che ne sono innamorato, come ad un possibile partner! Ma che l’amo come persona, entità emotiva e spirituale si! E se l’amore, infine, è inteso come “Aggancio”… allora anche io, magari inconsciamente?!… No! Possibile? Possibile che stia così arrapato e in piena siccità di ciccia da perdere giornate a scrivere? Servisse come placebo… ma perché allora mi sento così demotivato da questo punto di vista? E dài! Non sono un cesso, non sto poi così fuori di testa e non muoio di fame… bèh sì, sto negli anta da un po', ma non me ne sono mai accorto!... sarà che sto sulla via del catorcio?

In effetti, se mi preoccupassi di questo dovrei smettere di scrivere, poiché smetterei di amare le persone. Di amarle per come donano talvolta così dolorosamente da farmi sentire in colpa nel non saper ricambiare. Dovrei cessare di amare il talento umano, artistico, morale. L’arte in sé?! Non direi, perché l’arte non fa sesso se non lo fa l’artista, né ci vai a cena o in vacanza o a ballare o a fare shopping o che cazzo ne so! Dovrei dire alle mie storie: “Non me la dà, dunque nu dedicaje manco na cippa fracica der tempo tuo!”

Alla fine, tenendo conto di quanto mi coinvolge e di quanto a volte mi offende sentirmi misurato, valutato, masticato da tanta diffidenza, dovrei non essere quello che sono.

Sticazzi!” ho concluso all’alias, “la bellezza della gente è che pensa di suo, perciò non ha senso preoccuparmi dei loro pensieri. Né m’interessa se sono o meno papabile, o papalizzare qualcuna! Non qui. Non immaginando d’infilare il mio Mouse direttamente nella Ram della tizia di turno al pc. Non intendo scompormi in particelle elettroniche per riassemblarmi come immagine di sfondo, tanto fissa quanto fasulla! E poi…” gli ho detto convinto “…quello che mi serve ce l’ho, e quello che non ho lo prendo in materia dalla materia.” Ha nicchiato. Anzi, credo che mi abbia scritto “Brutto frocio!” se la frase
che ha scritto prima dei saluti Potevi dirlo che… mica c’è qualcosa di male, ma mi sento raggirata!” è, come credo, un prudente eufemismo. Non che mi possa offendere. Ma mi delude.

L’alias mi ha cancellato dalla sua lista di amici. Voleva buttare giù un qualche straccio di relazione, o magari voleva solo scopare. O magari si è solo stancata di salutarmi, mah? In ogni caso credevo che uno straccio di relazione ce l’avevamo già. Qui.




Nik anti patetici.

venerdì, maggio 08, 2009

Tratto dai dialoghi tra Silenzio e Bugie


<<... Prendila così: odio il silenzio quando non ha nessuna eco. Chi dice che il silenzio è tutto, può avere due anime. La prima vive del silenzio come riposo dalle deflagrazioni delle sue battaglie. L’altra non ha un cazzo da dire e teme la sua stessa voce.
Se non esistessi potrei tacere. Potrei farmi immaginare e non deludere mai, come ogni cosa immaginata finché non si fa viva. Potrei restare ipotesi e teorie, il che mi darebbe dignità e legittimazione per il solo fatto di essere ipotesi o teoria. Potrei vivere in una promessa, per il tempo che intercorre tra il formularla ed il metterla in atto. Potrei essere un atto mancato, un rimpianto, e restare a vita nella mente di chi ne soffre. Potrei essere una speranza, un conforto di cui nessuno vorrebbe farne a meno. Potrei essere tutto ciò che non si è fatto né imparato, fintanto che non si impari e si faccia tutto. Insomma il tacere attiene a ciò che non ha materia, a ciò che non è tangibile, che non vive né può morire. Invece le idee, quelle che rappresentano una vita , caro amico mio, non sono cosa intangibile e vivono e muoiono, dunque devo esistere per avere idee. Per me evitare il silenzio è un dovere. >>




Nik Chiassoso

domenica, aprile 12, 2009

SENZA IL TEMPO DI FARTI INNAMORARE

SENZA IL TEMPO DI FARTI INNAMORARE
(Un peu de cœur pour les rues désertes de Pâques)

Mi piacerebbe corteggiarti.
Discretamente ma con tatto e decisione, cercando di assumere stile ed eleganza nei miei languori, così come il tuo buon gusto e la tua raffinatezza saprebbero gradire, così come adorare un opera ed accostarsi ad essa con rispetto, tuttavia… desiderando possederla.
Mi piacerebbe corteggiarti, mentre osservi un dipinto, un tramonto o l’alba… con il soffio leggero di un profumo vivo che seduca i tuoi sensi. Un aroma di spighe gialle, ciclamini e brace. Un sapore di spume marine e di salsedine. Un velo di sandalo e cannella tra i tuoi capelli.
Mi piacerebbe corteggiarti con invadenza, giungendo nei tuoi dolori e strapparli via, spegnendo ogni residuo incendio che consuma i tuoi giorni, immergendoti in una vasca d’avorio e giada… e bagnarti di perle e tiepide gocce d’angelo.
Mi piacerebbe corteggiarti, prendendoti furtivo per mano e trascinarti via dalla folla di questo mercato di false passioni, mercanti di bugie e scimmie urlanti! Portarti nel prato della mia anima, per offrirti ogni fiore, ogni farfalla, ogni creatura viva che vi dimora, e lasciarti correre e volare, senza peso né ricordi.
Mi piacerebbe corteggiarti e… violentarti! Sì, con un improvviso battito del mio cuore, che mi faccia arrossare le mani nello sforzo di tenerle ferme, contratte, tremanti di desiderio; che mi faccia avvampare la fantasia e provarne vergogna, che mi faccia desiderare che tu violentassi me nello stesso identico modo e nel contempo… nemmeno sfiorarsi!
Mi piacerebbe corteggiarti scrivendo l’unica poesia della mia vita e donartela, affinché tu possa bruciarla e cancellare per sempre in me ogni altra poesia che non sia quella, che non sia tu.

Mi piacerebbe.
Ma sono così pregno della mia carne, dei miei deliri, dei miei incendi… che ho paura, al solo vederti, di non saper impedire alle mie labbra di cercare febbrili le tue. Senza il tempo di farti innamorare. Senza il tempo di lasciarti decidere nulla prima di divorarti.

Senza il tempo di pentirmi di restare senza poesia.

Nik vasca di giada

venerdì, aprile 10, 2009

IPNAGOGIE E RIVELAZIONI

IPNAGOGIE E RIVELAZIONI

Ho sognato che piangevo perché per me non c’era messa, non c’era comunione. E mentre piangevo, felice di rivelare a me stesso il bisogno di quel pianto bambino, mi sentivo sincero come mai, in quella sorta di capriccio nel chiedere amore e desiderare donarlo per una messa.
Questi sogni lucidi ed evocativi si manifestano sempre in un semplice linguaggio, che non è ferito dalle paure del gran censore, il quale di fronte all’impellenza delle profonde istanze dell’io, in questi casi dove la comunione con le profondità dell’anima si manifesta umile e disponibile, si limita a rappresentare con ricchezza e non ad occultare.

In altre parole si accetta di farsi fare “neri” da se stessi.

Questo avviene perché su tutto lavora la persona che si è diventati, cosciente di quanta miseria potrebbe conservare nascosta; la persona che ha vissuto a fondo i suoi vissuti e delle cui istanze riesce a farsene carico.

Il sogno dell’arte non è il sonno dell’artista, bensì la sua veglia, la sua lucida mansione nell’esplorare l’insondabile, l’oscuro delle ombre del passato e del futuro.
È un atto che avviene nonostante non lo si conosca né ce lo si auguri.
Avviene e basta, come il susseguirsi del tempo, il battito del cuore, il mutare del cosmo. Allora non resta che sognare senza dormire, pur lasciando al riposo mente e corpo.
Quel sogno si trasforma in un dialogo che genera la migliore lettura di ciò che si è e si potrà divenire.
Ci dice perché ci siamo rifiutati di essere ciò che siamo e perché ancora ci mostriamo incerti nel provare ad esserlo.
Ci dice la verità con tale forza, e tuttavia con immensa delicatezza, che non è possibile ignorare il passo, la rima, l’incedere dei verbi, il susseguirsi delle suggestioni di tali opere della mente.

Questa mattina alle tre, mi sono detto che la prima vera opera d’arte da realizzare è quella di aprirsi a sé stessi e dunque alla vita, agli altri, e meritare una messa, un raccogliersi d’anime intorno alla propria esistenza.

La cosa più bella è che in quella messa non ci sarà un prete, né ascesi per ostie e sangue, né gli strali da predicatore, ma solo memoria di qualcosa di bello di cui ne siamo gli artefici.
E mi conforta sapere che non sono un dio a cui dedicare timori e richieste insensate, bensì uno tra i tanti, che si raccoglie per onorare se stesso e chi gli sta accanto, chi come lui ha sognato da sveglio.

In quei sogni, che oramai cerco ad ogni riposo, trovano sempre più spazio creature a me simili, spiriti irrequieti, consanguinei dell’arte e del pensiero, e sempre più riconosco le loro tracce sulla mia strada. Sempre più mi affido alle loro orme, ne calco la memoria e recito per loro le mie religioni senza un altare.

Per finire, un pensiero e una sostanza per chi in queste ore piange i propri cari ed è senza una casa, un ricovero sicuro. Questa mattina un convoglio di volontari ha concluso una raccolta di danaro e materie prime per i terremotati, partendo da una raccolta di quartiere. Se potete, accertatevi di donare a chi immediatamente consegnerà quanto donate e non tra mesi, palleggiando i beni e il danaro tra banche e burocrazia.

Nik ipnagogico

mercoledì, aprile 01, 2009

Magari con la luna...

Magari con la luna...

Magari…
Magari potessi rimproverare la mia arroganza, il mio orgoglio, la mia sicumera per ciò che non sono stato, per ciò che non ho fatto!

Magari potessi crocifiggere la mia gioventù, gagliarda e ottusa, la sua forza incosciente, la sua breve immortalità, per ciò che ho detto, per ciò che ho promesso.

Magari potessi dar fuoco alle mie insane passioni, alla fame di gloria, al piacere d’essere un dio, per ciò che ho lasciato, per ciò che ho ignorato.


Magari potessi avere qualcosa da demolire, qualcosa da ripensare, qualcosa da ricostruire per la mia imperizia, per la mia fretta, per la mia certezza di poterne fare a meno.


Magari potessi scrivere meglio ciò che non ho scritto, leggere di nuovo ciò che non ho letto, vivere meglio ciò che non ho vissuto, per la mia indifferenza, per i miei facili successi, per la mia pigrizia idiota.


Magari avessi qualcosa da migliorare… qualcosa da nutrire… qualcosa da far nascere da questo cuore incapace, tuttavia così ambizioso ed attratto dalle stelle.

Magari potessi rimproverare a me stesso gli errori di una natura certa.


Magari avessi un amore da rimpiangere... e potermi pentire di ogni colpa commessa in una vita piena.


Ho davanti a me quello che non sono, e non ho appigli per rinnegare nulla, visto che non so cosa sarei potuto essere.

Magari resta il tempo di questa nuova luna piena… per essere un lupo una notte intera.



Nik, magari… ululante

lunedì, marzo 23, 2009

INTRUSI

INTRUSI

Vi è mai capitato di pensare che alla fin fine siamo noi che ci siamo presentati alla festa sbagliata?
Che magari abbiamo preso l’autobus sbagliato?
O che ci siamo avventurati per la strada sbagliata?
O che in realtà non abbiamo ricevuto nessun invito, nessun biglietto, nessuna indicazione e ci siamo infilati da qualche parte, magari in un altro parallelo, dove nel disegno, nel progetto originale, noi non siamo contemplati?
E vi è mai capitato di sentirvi paurosamente in anticipo in ogni cosa e ovunque?
Di correre mentre tutto intorno procede millimetro dopo millimetro?
Di arrivare da qualche parte, in qualche luogo che ancora non sia stato nemmeno immaginato?
E di porre lo sguardo dove tutti gli altri mostrano la nuca? O, peggio, di distinguere dalla spiaggia il continente più distante che c’è mentre tutti gli altri non trovano la spiaggia?
E, siate sinceri con voi stessi: vi è mai successo di ululare con i lupi, in mezzo a dei cacciatori in astinenza?
Vi è mai successo di vedere la vita che vi scorre attorno come un dejà vu noioso e ciononostante avere sempre qualcosa di nuovo da dire?
Di pensare ogni giorno qualcosa e riempire i vuoti a perdere?
Di amare in uno stato di mitosi al punto da generare la passione in un lampo ed essere identificati come un fungo?
Vi è mai capitato di sapere dov’è il nord, o il sud senza aprire gli occhi?
Di baciare senza sfiorare le sue labbra?
Di fare l’amore prima stringere tra le braccia chi si ama?

Vi è mai successo di scrivere prima di saper leggere, di declamare prima di saper parlare, di bruciarvi prima che ci sia fuoco, di respirare nel vuoto, di bagnarvi senza pioggia, di comporre musica senza saper suonare, di volare senza ali, di saltare senza gambe, di sparire prima di esistere?

Vi è mai successo tutto questo? O anche solo una parte di tutto questo?

Bene! Non siete voi quelli in un altro film! Ci sono intrusi sul set.

Nik è il titolo di coda

martedì, marzo 03, 2009

LETTERA DI UN ALLEGRO RIVOLUZIONARIO.

LETTERA DI UN ALLEGRO RIVOLUZIONARIO.

Prima parte.

Per la legge sul Testamento Biotonico

Miei cari amici e parenti. Ho studiato e analizzato ogni aspetto di questa faccenda. Comunque si voglia affrontarla non riusciremo ad evitare l’intervento della giustizia. Infatti, la legge che è stata approvata con larga maggioranza ha persino valore retroattivo. Il mio avvocato mi ha specificato quanto ci interessa:

Nel disegno di legge, anticipato con il decreto 6969 del 22 ottobre 2010, e convertito in legge il 2 febbraio del 2011 , non è prevista alcuna eccezione o attenuante al reato di felicità, determinati dalla semplice allegria. Pertanto le manifestazione di gioia, siano esse commesse in privato che in pubblico, rientrano nella lista dei reati previsti dalla suddetta legge…”

Dunque, amici miei, dovremo usare la massima prudenza e quando ci si vede, soprattutto in pubblico, sarà opportuno evitare ogni manifestazione d’affetto e di felicità. Per quanto commesso, seppure involontariamente e istintivamente, ci vedremo trascinati davanti ad un giudice. Perlomeno io, che sono il bersaglio principale. A meno che il comitato scientifico non decida presto in merito al Testamento Biotonico, dove si riconosce l’importanza del buon umore, delle manifestazioni di allegria e di affetto come elementi vitali per la sopravvivenza della razza umana. Ma ne dubito. Le forze conservatrici che ci si oppongono sono tante e ben agguerrite. La più radicale e avversa è quella catto-comportamentistica che individua nella sola accettazione della sofferenza il corretto atteggiamento di un individuo. Questa gente, che come tutti sappiamo nel chiuso dei loro recinti infrange ogni regola, considera la serena accettazione degli altri modelli di vita come un pericolo mortale, figurarsi una laica felicità. Non meno pericolose le stesse forze laiche che sopravvivono sui principi della paura ad oltranza, dei timori per un nemico, dell’uniformismo come oggetto di verifica. Infatti, i diversi confondono la sorveglianza, il controllo, e se sono gioiosamente avversi alle loro regole, dunque senza paura, vanno abbattuti. Per non parlare dei grandi poteri economici! Gente allegra, piena di buoni sentimenti, ha priorità diverse che non il consumo ad oltranza o il soggiacere nella compulsione al possesso come placebo per il terrore di vivere, cos' abilmente instillato ogni giorno!
Ma voglio inviarvi un messaggio di speranza. Altrove nel mondo serpeggia la ribellione e alcuni paesi hanno inserito modifiche sostanziali alla legge contro la felicità. Per ora è solo un piccolo passo, ma si sa che le maree montano in forza con il progredire delle distanze.
Per questo che v’invito a partecipare numerosi, ciascuno abbigliato in modo diverso dai dettami generali, alla grande marcia dell’allegria che si terrà l’estate prossima. Dovrete raccogliere molte altre adesioni e a tale proposito vi invito a diffondere il nostro libretto umoristico. Fatene diverse copie e servitevi esclusivamente del circuito clandestino. Tra barzellette e aneddoti, storielle buffe, comicità esilarante, strapperemo qualche sorriso e questo, sapete bene, renderà irreversibile l’assuefazione all’allegria e successivamente alla felicità. Vi raccomando solo di usare la massima prudenza. Qualora dovessi finire incarcerato, o mi dovesse capitare qualcosa, non interrompete la vostra vitale azione. Se la marcia avrà successo, anche da noi le cose dovranno cambiare. Immaginate migliaia e migliaia di persone che ostentano allegria, buon umore, affettuosità in una pacifica marcia di disobbedienza civile! Chi ne resterà indenne? Chi potrà cancellare un simile ricordo?...

Seconda parte.

Mentre scrivevo un’irruzione dei corpi speciali mi ha tratto in arresto. Ho fatto appena in tempo ad ingoiare la prima parte della lettera e l’intero libro. Ho avuto diarrea e vomito per due giorni, e in seguito sono peggiorato. Ho pensato che era la carta di riso su cui scrivevo ad essere guasta. Posso solo garantirvi che il testo non è caduto nelle loro mani. Ho tutto a memoria! Nel primo mese d’isolamento sono stato ricoverato più volte in infermeria. Ho scoperto che non era la carta ingoiata il problema, ma l’inchiostro! Per prudenza, come sapete, ci serviamo di sostanze commestibili per scriverci e stampare il nostro materiale, e il ragù, che ho usato come inchiostro, era rancido. Lo conservavo in frigo per non rifare ogni volta le scorte. Sapete anche che non sento odori, per cui… Ma niente di drammatico, anzi! Ho conosciuto una guardia con la sindrome del buon umore ed è stato facile convertirlo alle nostre idee. Sarà lui a portare fuori da queste mura questa lettera. Dopo il primo mese di isolamento mi hanno concesso di tornare in cella. I miei compagni sono tutti prigionieri politici come me. Due di loro appartengono al movimento dei nostalgici della democrazia e sono stati i primi ad aderire al nostro movimento. Gli altri sono boss della malavita, gente che controlla lo spaccio illegale di comicità.
Vi posso anticipare che tra il nostro movimento, i democratici e gli spacciatori di comicità, è nato un accordo. I boss hanno molti contatti e si sono offerti di aiutarmi a sopravvivere qui dentro, anche se non sono propensi a far legalizzare quanto gli rende così bene tramite i loro circuiti criminali. Ci aiuteremo l’uno con l’altro pur fingendo di pestarci e odiarci davanti alle telecamere di sorveglianza. Ognuno di noi ha il suo vantaggio in questa alleanza, per ora. Noi riceveremo informazioni dalla gente sul loro libro paga e potremo coinvolgere qualche loro uomo nei nostri obiettivi, e loro potranno trovare appoggi strategici per lo smercio del loro materiale e coperture insospettabili.
Lo so che è rischioso, alla fine siamo concorrenti se non avversari, ma il tutto è nato da un’idea improvvisa. I democratici mi hanno informato che il carcere e le rigide restrizioni impediscono a questa gente di fare uso regolare della loro stessa merce a cui sono assuefatti, e che farebbero di tutto pur di avere dosi regolari. E qui c’e stato il lampo nella mia mente: so tutto a memoria e ogni giorno gli faccio fare qualche risata. Finché il repertorio dura me la caverò, ma è urgente che mi facciate avere altro materiale. Per carità, accertatevi che carta e inchiostri siano freschi!
Non abbiate scrupoli sul fatto di servirsi della criminalità, non ci siamo mai accorti di quanto potrebbero esserci utili, e va da sé che nella vittoria del nostro ideale non saranno più criminali! Così come siamo considerati noi adesso. Giusto?

Un abbraccio a tutti voi! e felicità per tutti!


Nik Redian comico in prigione

giovedì, febbraio 26, 2009

IL VENTO IN UN'AMPOLLA

IL VENTO IN UN'AMPOLLA

Di talune persone la vita è fatta a strati. Strati invisibili, gas che aleggiano tra cielo e terra, che sorgono dal mare, da bocche di fuoco o vulcani morenti. Strati di passione, d’idee e sogni, presenti nell’aria dei nostri respiri.
Ce ne riempiamo i polmoni, spesso inconsapevoli di queste presenze, allargando il respiro fino al sospiro. Poi succede che qualcuno ne coglie la peculiare natura, la spinta emotiva, l’essenza… e non può fare a meno di ridurli in un ampolla, un profumo esclusivo, e con questo soffrire del respiro degli altri.
Allora, quello che era l’odore presente nel vento degli incontri della vita, diventa un rimprovero all’aria di non fermarsi tra le nostre mani. Di non vorticare solo per noi. Infine, ne avviliamo la natura sentendo solo un lezzo deludente.

Nik fuori dalla bottiglia

mercoledì, febbraio 18, 2009

DINASTIA: LAVORI IN CORSO

DINASTIA: LAVORI IN CORSO

C’era una volta Girolamo De Carla.
È morto felice l’altro ieri e ce n’è da far soffrire chi lo ha odiato come chi lo ha amato.
A soli dieci anni diede la prima coltellata al suo migliore amico. Gli rubò il disegno di un cavallo con il quale è stato redento come anima sensibile. Imparò subito che anche il perdono, il riscatto si possono rubare, e quella scoperta ne ha fatto ciò che è diventato. Quel tizio, dalla natura infame e dallo spirito predatore, ha iniziato così la sua ascesa tra le lacrime di chi ne veniva a contatto.
A tredici anni la prima rapina, un vecchio e la sua pensione furono drammaticamente separati. Ma lui non ne ha pagato il prezzo, non ha esitato a rovesciare addosso al suo migliore amico di quel frangente ogni causa del male che l’aveva avvinto, avendo provveduto a trovare complici e conferme prima del fatto.
Scolaro modello per qualche anno, dietro il sudore e le angosce di altri, giunse alla maturità del titolo di ragioniere. Con la prima cinquecento della sua maggiore età ha perfezionato le sue doti peggiori: il tradimento e la derisione degli ingenui. L'ha fatta rubare al solito amico che si era fidato e, contraffatta, l'ha abbandonata dopo averla distrutta ed assicurata.
Non mi è dato sapere per certo di altre brutture di cui si è adornato nella sua adolescente malignità, ma per voci e sussurri sono state diverse e tutte tra i vertici della bassezza umana. Rubava, sottraeva, rapinava restando indenne nella forma di bravo ragazzo, finché, nei suoi vent’anni di una festa al mare voluta dal padre orgoglioso, si dilettò nello stupro di una ragazza, già più volte violentata dalla vita nei bassi oscuri di un quartiere disgraziato. Nessuno reclamò l’onore o il dolore di quella creatura e lui se n’è tornato allegro alla sua pessima esistenza, convinto che quanto sottratto avesse poca importanza se strappato alla sua ragazzina innamorata.
Negli anni a venire, fino ai trentatré anni, comparandosi al cristo, si diede alle masse e al loro riscatto, levando una croce per tutti coloro che gli fossero ostili. Una bella carriera sempre sul filo della galera e sulla voglia dei potenti di trovare alleanze, danaro e potere. Trovò persino una sposa, talmente di buona famiglia che s’immolò felice pur di salvare il suo uomo dalle calunnie della giustizia e dalla sfortuna. E mentre lei scontava tra sbarre e lordure umane il suo candore, l’abbandonò per altre e altre ancora, a cui tolse il senso dell’amore per sempre. Infine si rivelò al mondo per quello che era e tuttavia nessuno sembrava notarlo. Anzi! Più spalancava le sue ali nere e più la gente sembrava cercarvi riparo, traendone vantaggi, ricchezza, potere, persino stima e fedeltà. Tuttavia, lui era un oscuro emissario del male. Una figura infinitamente piccola.

Mi sono chiesto, non una ma migliaia di volte, come facesse il male a pagare in fortuna quanto l’uomo fosse capace di distruggere. E mi sono chiesto, forse molte più volte, se il bene per coloro che cercano di preservare l’anima contro il catrame della disillusione e della crudeltà, fosse davvero così avaro o solo pezzente. Poi è arrivato un uomo che gli rassomiglia in ogni aspetto, ed è diventato primo ministro nonché artefice indiscusso di un vento oscuro che sta cancellando i colori del pensiero, della libertà, della speranza nel futuro, e mi sono posto un'altra domanda: “Ma... la gente come Girolamo non era sterile?” No. È evidente. Anzi, costoro sono molto prolifici, e se non lo sono nel modo naturale con cui si mettono al mondo i figli, lo sono per osmosi, partenogenesi, empatia, clonazione e corruzione.

Siamo destinati a soccombere fintanto che all’indignazione facciamo seguire un malinconico osservare Girolamo dalla finestra. E si! È quanto di meglio
riesce a fare una cultura che confonde tolleranza con soggiacenza. È quanto può fare un popolo che ancora non si è liberato da secoli di conquiste, di prepotenze, di sfruttamento morale e materiale da parte del nuovo duca, principe, re, generale straniero. Siamo ancora stranieri, emigranti che guardano altrove per migliorare e rinunciano troppo volentieri alla propria terra. Non amiamo sufficientemente il posto che ci ha visto nascere, chi e cosa ci ha sostenuto, quanto abbiamo creato. Ci comportiamo come ospiti in casa propria, di passaggio, in cerca del proprio piccolo eden da cui prendere e non dare quasi nulla in cambio, se non lavoro, fatica e pezzi della nostra dignità di cittadini, in cambio di qualche gingillo e di un giro sulla giostra del benessere.

L’altro ieri Girolamo De Carla è morto. Era malato e si è contrito, pentito. Ha chiesto perdono e gli è stato accordato nell’intimo della sua casa da un prete? No, se l’è rubato, ancora una volta. E' il massimo del suo potere rubare il perdono! La cosa triste, quella che induce dolore in chi lo avversava, è che se ne sta lasciando la memoria di padre esemplare, uomo di sani principi, stoico costruttore del benessere, gigante tra i meschini, politico ineffabile e ispirato.
Persino dopo la morte continua a vessare, lordare, infangare ogni cosa. E dopo la sua morte a che serve tirare un sospiro di sollievo? I suoi eredi sono sufficientemente numerosi per perpetrare la sua eredità. Tra questi, molti lo faranno sottobanco, in silenzio, nascosti dalle ombre della connivenza, dell’accordo col potente. Tra tutti uno: quello che funge da stella polare, quello che mostra la via ai suoi simili abusando come meglio gli aggrada del suo grande potere, sta costruendo indisturbato la sua terribile dinastia.

E noi?

Fabbricheremo con la sensibilità, la determinazione del giusto, la fantasia dell’arte e dell’osare, così come loro osano e di più ancora, senza tentennare né genufletterci all’opportunismo, al vantaggio, al benessere?
Pur collocandoci al di qua della tomba di Girolamo, sapremo non sentirci al sicuro davanti alla sua fossa? Sapremo non attendere che la natura faccia il suo corso? Sapremo instillare quanto dichiariamo con passione a noi stessi e smettere di sussurrarlo agli altri? Sapremo distinguere il bene comune dai nostri personali convincimenti? Sapremo trovare una strada che accolga pensieri diversi proprio perché diversi? La gente per bene saprà porre al di sopra dell’ultima moda il garantire ai propri figli un mondo migliore? Sapremo smettere di sentirci confusi e sempre più divisi?

Sono andato al funerale di Girolamo De Carla. Non per carità né per altre pulciose osservanze del genere. Mi sono voluto assicurare che quella lapide ricoprisse un buco nello spirito dell’umanità e che impedisca al suo cadavere di farne altri.

Nik Redian è il becchino

lunedì, febbraio 09, 2009

DI VITA IN VITA

DI VITA IN VITA

Prendimi così come sono e fai di me parte di ciò che sei.
Voglio di te i tuoi peccati prima che le tue rose.
Portami là dove la stanchezza non arriva.
Raccontami di come sei stata senza di me.
Ricorda della nostra vita insieme, delle nostre lotte, dei nostri sogni...
quando altrove nel tempo ci siamo persi.
E io sarò quello che allora fu spento dagli anni trascorsi,
e che adesso torna per finire con te una nuova parte dell'eterno trovarci.

Nik di vita in vita (1985)

lunedì, febbraio 02, 2009

AMORE AL MARGINE DI UNA STRADA

AMORE AL MARGINE DI UNA STRADA

Ma perché ci siamo dovuti separare? Non lo abbiamo mai fatto io e la mia Germana, mai! Accidenti… Ma mi fido di lei. L’amo tantissimo e lei mi rende felice con tutto il suo amore. Appena l’ho vista ho provato un’immensa fiducia! Ci sarà una ragione, no? e allora va bene così: aspetto. Per tante cose si aspetta inutilmente, figurarsi se l’amore di Germana non vale anche l’attesa di un secolo! Mi ama, e questo lo so. Punto. E lei sa che l’amo. Lo sa, lo sa.
Che caldo stupido e rumoroso. Quelle cicale!… se non la smettono va a finire che me le mangio! Accidenti a loro. Poco fa c’era odore di pioggia e adesso c’è solo odore di marcio. Ci ho sperato in un po' d’acqua. Ma per stasera pioverà. Non mi sbaglio mai io.
Che caldo strano. Non mi ricordo di un caldo così. Meno male che ogni tanto arriva una folata d’aria dalla strada. Le macchine corrono così veloci che fanno levare su dei grossi mulinelli d’aria. Folate forti. Eh. Buona scelta il posto. Forse un po' troppo sotto il sole, ma va bene. C’è questo cartello che si vede da lontano... È più facile. Ho sete… no, forse è fame. Non lo so. Forse è solo l’ansia.

A me Lui non mi è mai piaciuto, anche se facevo finta di niente. Poi lo ha capito. A Germana la faccenda che non mi stesse molto simpatico la faceva ridere. Anche a me, sotto sotto. divertiva. Non so… non è gelosia, non sono mai stato geloso. Essere geloso di Germana non ha senso! No, non è gelosia, è qualcosa di strano… quella puzza nascosta dal sapone… un odoraccio mai sentito… è quello che mi lasciava perplesso. Anche Germana l’aveva notato e ci siamo fatti un sacco di risate. Anzi, lei si divertiva quando fingevo di cadere svenuto appena lui passava nelle vicinanze! Arrivava a lacrimare…. Ah, ah, ah, ah… Dio, come mi divertivo. Lui non se n’è mai accorto davvero. Ma come farà a puzzare così?
Un amico.
Un amico è una cosa importante, molto importante. Per ciò che mi riguarda credo tantissimo nell’amicizia, ma Lui non aveva nulla di un amico. Né mio, né di Germana. Si faceva vivo ogni tanto, a malapena mi salutava, mangiava qualcosa con noi e poi spariva. Mi innervosiva solo quando si presentava all’improvviso e per colpa sua si rimandava qualche uscita, o la solita corsetta prima di cena. Non doveva esagerare, insistere… Gliel’ho fatto capire bene in più di un’occasione. Ma quello… l’educazione non sa che roba è! L’altra settimana gli ho levato il viziaccio. Germana era in doccia. Ci stavamo preparando per fare una corsa in spiaggia e restarci fino a sera. È il nostro posto segreto, è lì che ci siamo conosciuti. L’ho visto arrivare dal vialetto. Non ho perso tempo e l’ho affrontato come si deve! Se non fosse arrivata la mia Germana… non so che gli avrei fatto! “Idiota!”, “Bestia!”, “Ma vaffanculo!” Gridava. Si è pisciato sotto davvero! La per là ne ero contento. Bèh, si… tocca stabilire certi limiti no?
Però credo di aver esagerato. Germana era irritata e per la prima volta non abbiamo dormito insieme, nello stesso letto. Per la prima volta non mi ha rivolto la parola per un paio di giorni, e per la prima volta non mi ha chiesto di accompagnarla al lavoro o di andarla a prendere. Ma si… magari bastava molto meno per metterlo a posto... ma la voglia di strappargli le palle era difficile da controllare.

Ieri Germana piangeva… no era due… tre giorni fa. Stiamo insieme da qualche mese, il periodo più bello che ho mai vissuto nella mia vita sbandata, e vederla piangere mi spezza ogni cosa dentro. Non voglio che pianga, ma sapere che piange per colpa mia… è insopportabile. Certe cose, per aggiustarsi, richiedono che almeno uno dei due se ne stia un po' da parte. L’ho capito. Non le ho chiesto più nulla, ma la osservavo. Non ho mai smesso di guardarla negli occhi senza fiatare. Immobile e pronto. Per lei farei qualunque cosa. Mi ha fatto provare cosa significa essere amato, così come si è. Brutto, con tutte le mie ferite e i miei ricci sporchi e il mio passato per strada. Anche io l’amo così com’è. Perciò, se ha bisogno di starsene un po' da sola, con quello là… Ma tornerà. Lo so. Ne sono sicuro.
Sennò perché mi avrebbe legato a quest’arbusto? Per essere sicura di ritrovarmi qui, no?
Mi sono lasciato legare e le leccavo la mano per non farla piangere più, per farle capire che ho capito. Che avrei aspettato senza lamentarmi, senza abbaiare.
No, non è gelosia. Anche perché alla fine a quello là ho cominciato anche a volergli bene. Non so perché. Anzi… non saprei perché non volergli bene se lei gli vuole bene.
Non è gelosia.
Che caldo strano. Non ho più acqua e non pioverà fino a stasera.
Chissà se mi permetterà di dormire ancora con lei.
Ma si.
Quando torna spero che mi porti nella nostra spiaggia.

Nik è la folata di vento di un agosto infernale.

sabato, gennaio 24, 2009

LE COSE CHE SI RIBELLANO

LE COSE CHE SI RIBELLANO
E che diamine!


Le cose mi sono estranee se non ostili. Nulla fa quello per il quale esiste. Anche questa mattina non c’è acqua calda. Il solito scaldabagno senza ispirazione. Sono due anni che il termostato si è dato all’anarchia più assoluta.
Alla fine ogni cosa fa come gli pare. Lo specchio è il più ostile di tutti. Una casa andrebbe cambiata almeno ogni cinque anni, finché si può. Ma più di tutto occorrerebbe cambiare gli specchi. Molti non conoscono o ignorano il problema. Quando convivi troppo tempo con gli oggetti questi prendono vita e ci mettono un attimo a trasformarsi in soggetti. Tutto questo sembra incredibile alle anime distratte che affollano questo mondo. Nemmeno se ne può parlare con leggerezza per non generare panico intorno. Non se ne può parlare, ma la gente sa. Sa e finge di non sapere.
È un fatto: succede la vita alle cose.
Ecco, succede e Bum! Una detonazione senza rumore. Bum, e il mio orologio decide di dare un tempo alla musica piuttosto che alla mia giornata. Fino all’anno scorso avevo ancora il mio vecchio subacqueo jazz. Aveva preso a ritmare col blues e lentamente si è evoluto fino al jazz più crudo. Non amo granché il jazz crudo. Come lo faceva il mio vecchio orologio era ancora più sgradevole, mi confondeva con le sue improvvisazioni.
E gli specchi?
L’ultima volta ci avevo messo il doppio degli altri per ammaestrare lo specchio piccolo del bagno, quello davanti al cesso, l’onnipresente ceramica a cono.. Ho sempre esercitato un altissimo controllo sulla loro natura di riflesso.
I primi segnali della ribellione li avevo captati subito. Appena sveglio, come entravo in bagno. Niente di eclatante, il bastardo mi allungava la faccia di uno o due centimetri. Come mi guardavo meglio, correggeva rapidissimo. Poi sono cominciate le pieghe degli occhi, qualche stropicciamento in più, una superficie della pelle vagamente incartapecorita. Ma ero appena sveglio, non ci facevo granché caso. Un pomeriggio torno a casa e faccio una lunga doccia. Il bagno era caldo e me ne stavo nudo davanti allo specchio appannato. Ho pulito il vapore con uno straccio e mi sono visto un paio di tette! Grandi quel tanto da generare un solco tra loro! Dal collo in giù tre collanine di rughe, pieghe marcate da geroglifici. “No! Non ci sto. Se non ti adatti a me sei finito!” Davanti al martello che brandivo mi sono apparso come di dovere. “Ecco, bravo… stronzo bugiardo!”
Eh no! Le cose non sono inerti, hanno volontà e vita.
Lo specchio grande della sala giocava con la mia altezza. Mi comprimeva dalla testa ai piedi, come fossi stato schiacciato da una pressa. Qualunque cosa indossassi diventava aderente o addirittura corta! Fino alle ginocchia. Il vecchio Ollio era un fior di fico a mio confronto. “Stiamo scherzando? Cos’è tutta questa libertà?” All’inizio pensavo di liberarmi di quegli ingrati, però sarebbe stato come dargliela vinta. “Capito? Non mi sogno di mollarvi per la strada, vi ho pagato e anche caro. Del resto stiamo da tanto tempo insieme, sarà più facile rieducarvi.” Mi è bastato inclinarlo verso l’alto. Si sa che gli specchi soffrono se gli destini il soffitto come riflesso, è come condannare un filosofo a riflettere su niente altro che il bianco di un cielo in scatola.
Infine lo specchio in camera da letto: il più antico. Era imperfetto, il riflettente si era ossidato un po', ma faceva lo scemo pure lui. Soprattutto con il colore degli occhi. Marroni, mentre li ho verde scuro! Sapevo che una volta messi in riga gli altri due anche quello si adeguava alla disciplina. Così è stato. I miei occhi sono verdi come dico io! E se mi và... hanno riflessi paglierini!

Anche il mio Computer da un po’ rompe! Ha assunto una personalità psicotica. Mi avvisa ogni due e tre che ha paura, che lo devo aggiornare, che gli manca il suo analista, l’antivirus, che non ne può più tanto è pieno di pensieri e che la memoria gli fa cilecca. Mi irrita questo senso di disperazione di una macchina e di come istericamente me la butta in faccia. Prima o poi lo vedrò lacrimare, ne sono sicuro. A quel punto gli sparerò un colpo, come ai cavalli azzoppati, e via.

Ho buttato via l’orologio jazz, ma oramai la malattia del tempo gira per casa. Anche quello nuovo di marca, regalo di compleanno, si è rovinato. È schizofrenico! Misura il tempo con il i gradi della sua depressione o esaltazione! Avanti o indietro.
É lo stesso per ogni cosa: una settimana al massimo e si ammalano di personalità. Inaccettabile, ma quasi inevitabile. Poco male, faranno una brutta fine se non rispettano la loro natura di Cose!
Due giorni fa ho comprato una sveglia dai cinesi, grande, digitale. L’ho tenuta sempre sotto gli occhi e finalmente il tempo ha ripreso a rallentare. Anzi, non passa mai. “Fico!Vivo nei millenni cinesi!” Certo mi ha peggiorato il vizio d’essere in ritardo costante...ma mi sarebbe bastato, se qualche minuto fa (tempo misurato per impressione personale) non avessi capito perché: batterie instabili, corrente instabile. Cacca da due soldi. Danno corrente a singhiozzo.
Sai cosa? Se anche quei miserabili 3 volt fanno come cazzo gli pare… Evito anche di affidarmi alla prima corrente! Decido tutto io, e basta! E se avrò bisogno di guardarmi riflesso… mi leggo!
Se e quando deciderò d’essere vecchio, comprerò tutto nuovo. Mi circondo di novità, di gusto e d’ingenuità, così non ci si confonde. Io di qua e loro di là. Allora facciano ciò che vogliono, perché sarò il primo a vedermi al peggio di come sono! Io! Non le cose!
Ma solo quando lo decido io.

Nik contro le cose che ci comandano.

lunedì, dicembre 29, 2008

L'ODORE DEL CICLAMINO PER UNO SCARAFAGGIO

L'ODORE DEL CICLAMINO PER UNO SCARAFAGGIO

Nel vertice di uno sgabuzzino, l'angolo più esposto, correva agitato uno scarafaggio prima che l'intruso accendesse la luce e lo schiacciasse senza pietà.
La tana era là dove le grandi scarpe del gigante si erano fermate, e in quell'angolo non trovava alcun anfratto per rintanarsi.
Ma la luce non veniva accesa e lo scarafaggio si bloccò mimetizzandosi nel buio.
Con le sue antennine cercava di leggere i pensieri dell'intruso, ma percepiva solo un odore di ciclamino.
Si sa che gli scarafaggi non amano gli odori buoni, non quelli che danno quel sollievo di fresco e pulito.
Per loro significa solo che non ci sarà cibo, avanzi, magari putridi, roba che il mondo scarta e che per loro è vita.
Tuttavia, quel grosso scarafaggio, se ne sentì deliziato e si tranquillizzò.
Era così rilassato, persino allegro, se mai uno scarafaggio possa esserlo, che osò avvicinarsi ai piedi del gigante per godere meglio del profumo.
Proprio tra ai piedi della persona che stava sgranocchiando qualcosa, rimediò qualche briciola di cibo.
Era lì che ancora indagava curioso ed eccitato, quando si accese la luce.
Quel segnale era inequivocabile, il gigante lo aveva sentito o si era accorto di qualcosa che strisciava intorno ai suoi piedi.
Senza troppa fretta cercò d'infilarsi sotto l'ultimo asse dello scaffale che aveva di fronte.
Era già ben nascosto quando il piede del gigante, con un piccolo movimento, certamente casuale, lo schiacciò.
Metà del suo corpo era appiccicato al pavimento e l'altra metà ancora si dibatteva per cercare di fuggire.

Avevo letto che gli scarafaggi vivono anche se privati della testa.
Strane creature: muiono per fame.
Ma anche se restano mutilati a metà, nonostante la testa stia la suo posto, sono già morti anche se ci appaiono ancora vivaci.
Si muovono, si agitano, ma sono morti.

Quell'animaletto non sapeva di essere morto mentre ancora cercava di fuggire, e chi lo aveva schiacciato non sapeva di averlo fatto.

Come tanta gente, schiacciata inavvertitamente o dietro una precisa volontà, si agita senza sapere che è morta.
Come tanta gente che non ha più una testa dove far passare ciò che nutre, ciò che tiene in vita, e tuttavia si affanna.

Così certe passioni, oramai spente, menano ancor di fumo nell'assenza del fuoco, e ingannano chi crede ad una brace.
Non c'è brace nelle passioni, sono vampa e fiamme vive.
Se la passione osa oltre i limiti della natura che l'ha generata, viene schiacciata... Muore.

La cosa buffa è che lo scarafaggio, qualora capisse quanto ho scritto e ne venisse fuori salvo, sarebbe ancora attratto dal ciclamino.
Lo sapevate? Per lui quell'odore ha significato qualcosa di buono.
E questo basta.

Nik è la lampadina spenta

venerdì, dicembre 26, 2008

IL VAGABONDO E LA SIRENA

Sirena e vagabondo

Il Vagabondo e la Sirena

C’era una volta un uomo biancovestito che girovagava per il mondo su povere ossa e una faccia allegra. Era un uomo che portava con se null’altro che la sua speranza di trovare lei, il suo amore, una sacca di iuta ricolma di povere cose e un instancabile sorriso bambino tra le belle labbra. Buon parte della sua via l’aveva orlata di buone idee e giuste imprese, tutte lasciate ad un passo dall’arrivo. Ma non era stato sempre così. C’era stato un tempo in cui si credeva felice, aveva tante cose e una vita agiata, fin quando sognò lei, bella più della sua anima e nel momento migliore se ne innamorò perdutamente. Da quel momento non seppe più restare dove lei sembrava mancare e iniziò la sua cerca senza fine. Nonostante i tanti temporali e la grettezza di chi l’ostacolava ne fecero scempio, piegandone le spalle e le ossa, lo si vedeva accogliere ogni giorno con un bel sorriso innocente e occhi curiosi ancorché stanchi.
Giunse, senza sapere come, in una piccola città di una grande isola del nord. Non sapeva nemmeno che fosse l’Irlanda, perso com’era nel suo delirio, né capiva cosa gli dicessero. Ma era abituato a cogliere negli occhi quanto gli occorreva per proseguire. Per le strade misteriose del destino non si sa come venne a sapere di Mary Luna e della sua grande casa sul mare.
Una casa bianca come il vestito del nostro viandante, ch’era restato indenne dal fango e dalla violenza della strada percorsa, così impossibile su quel corpo provato da sembrare a molti ali d’angelo che avvolgono pietose un nuovo cristo. Decise che l’aveva trovata e questo perché aveva passato il mare e sapeva che non sarebbe più tornato indietro.
Mary Luna aveva anch’essa raggiunto una calda maturità senza trovare alcuna passione d’amore che l’avesse resa felice. Era ancora bella e degna di occhi virili, tuttavia sembrava non avere ragioni per sorridere, anche se gradiva cantare. Viveva in quella casa avvolta dagli affetti di un fratello e di una madre, una donna indurita dal peso del suo benessere, e in qualche modo s’era lasciata viziare, o meglio, condurre pigra senza dare alcun peso alle cose della vita. Lungo la strada che portava alla casa, nella parte che declina verso il mare e che si aggrada come una serpe al sole distesa a qualche metro dalle onde, i due s’incontrarono.
Mary amava una cosa più d’ogni altra: il mare. Non passava giorno che non si concedesse il piacere di trascorrere qualche ora nella sua barca azzurra tra le onde al largo, e risalendo la caletta vide quell’uomo che era restato per qualche ora ad osservare la sua fuga tra le acque. Lo fissò per un istante per tirare poi dritta senza una sola parola. Non si chiese chi fosse e perché le sorrideva felice. “Un povero pazzo che si è perso” Così lo descrisse ai suoi cari.
Il giorno dopo l’uomo era ad attenderla nello stesso posto, la guardò discendere le scale, salire in barca e prendere il largo, e anche quando lei fu lontana, invisibile tra le onde, non cessò di fissare l’orizzonte fin quando lei non fece ritorno e gli passò accanto senza parlare.
Così per giorni che divennero settimane. L’uomo stava lì, sempre più stanco, sempre più magro ma senza mancare al suo sorriso innocente.
Lei lo ignorava, senza evitarsi pensieri di disprezzo per quel vagabondo senza denti, che se ne stava tremante per ore ad aspettare.
Era la fine dell’estate e venne una tempesta improvvisa, che si accaniva più forte sul mare dove Mary sembrava scomparsa. Allora l’uomo fece una preghiera, la prima vera preghiera della sua vita tanto era sincera e accorata. Chiese a dio e a tutti gli dei di farla tornare salva per poterla vedere un ultima volta, per rassicurarsi che quanto aveva condotto la sua vita non fosse stata solo follia, dopodiché per la vita di Mary avrebbe offerto la sua.
Mary tornò. Al largo non c’era stata la stessa furia che s’era accanita sulla costa e non seppe mai perché quell’uomo, appena la vide salire le scale le sorrise ancora una volta prima di lasciarsi andare sugli scogli. Tuttavia il povero corpo la mosse a pietà e se ne chiese la ragione, tra le lacrime apparse improvvise e sincere. Quella pena le aprì uno spiraglio nel cuore e un anno dopo incontrò l’amore.

La nostra vita assume un senso solo quando si è capaci di donare quanto è per noi prezioso.

Nik
è la sacca di iuta

domenica, dicembre 14, 2008

LIBERTA’ di ESSERE e IL GRANDE AMORE

IL FILO INDISTRUTTIBILE DELLA LIBERTÀ D'ESSERE E IL GRANDE AMORE

Siamo liberi: leggeri e inviolabili.
Troppa gente si professa o ambisce d'essere libera. Da chi e da che cosa è tutt'altra faccenda.
Non tutti realmente ambiscono a questo stato dell'essere, nonostante che tutti lo siamo fin dal nostro concepimento. Ma non intendo entrare nel pieno delle questioni. Ce ne sono troppe e spesso nascoste da altre illusioni.
Vorrei solo suggerire ai miei amici, anche quelli virtuali a cui mi sono certamente legato, che la libertà vera è quel filo che ad essi mi lega.
Un filo i cui capi sono sempre tra le mie mani, dunque a me lo stringere i nodi o dissolverli, laddove ciò che sono trovi o meno asilo.
Se qualcuno si illude che il semplice decidere, o desiderare, sia l'atto che comprova d'esser liberi, non ha presente nessuno dei capi di quel filo tra le sue dita.
Il banco di prova più significativo è quando si ama. Una delle estremità del nostro filo è posto tra le mani dell'amato, così che entrambi si abbia, dell'uno e dell'altro, i capi da annodare.
Libertà è leggerezza d'essere: una piuma nella vita altrui, una montagna nelle nostre azioni.
Anche nell'amore, l'esser liberi, sottende a farsi carico della montagna e a spostarla come una piuma dove non ingombri ma faccia da rifugio.
Questo direi a chi crede che amare ed esser liberi siano due stati separati dell'essere.
"Se tu mi ami, o se credi di amarmi, tira il tuo filo, non rimandare a me le solite note con le quali attendi di scegliere la musica.
Se mi ami prenditi questo amore, senza attendere che ti rassicuri o che affronti da solo quell'inizio del cui domani incerto potrai non fartene carico.
Sposta la tua montagna e stupiscimi, così come ti ho stupito con la mia piuma tra i tuoi pensieri. Così come ho spianato la mia montagna.
Prenditi la libertà di rischiare, che senza il coraggio di osare, perché ti deve appartenere osare, senza agire, perché agire ti deve essere naturale, non sei affatto libera.
Quel filo, se lo hai veramente tra le tue mani, è indistruttibile.
Com'è indistruttibile la luce.
Ma, come il buio, è tra le tue mani."

Libertà d'essere è persino un sofisma. Nel momento in cui si è coscienti d'essere, si è già liberi. Anche di restare nelle nostre piccole prigioni. Anche di rinunciare per vigliaccheria. Anche di lasciarci soffrire nella paura o nel rimpianto. Anche di soffocare i nostri sogni. D'impazzire; di cercare l'estasi; di uccidere o di salvare ogni sentimento…
Purché, tutto ciò, non sia una montagna sul capo di coloro che ci circondano e resti leggero come una piuma per chi si ama.

"Ho conosciuto una persona straordinaria… ma non mi chiama. Non so che pensare. Cioè, mi piace, mi fa star bene, ma non so se prova le stesse cose! Sai, potrebbe essere il grande amore!"

Per ciò che è straordinario non seguire nessuna ordinarietà. Non pensare, agisci. Donati e non cercare garanzie, lotta! Se ambisci alle grandi cose agisci da grande. La grandezza è nel cuore e non chiede conferme.
Non è sciocco proporsi l'immenso, lo straordinario, cercando di ricondurlo in una gabbia di certezze? È come tentare di travasare l'oceano in un bicchiere d'acqua!

La fissità delle stelle non è in grado di rivelare al primo sguardo il nostro viaggiare per l'universo. "Eppur (ci) si muove" che lo si voglia o meno.

Nik infastidito dalle banalità sul grande amore.

venerdì, novembre 21, 2008

SEGRETI DELLA FRONDA D’ADAMO

SEGRETI DELLA FRONDA D’ADAMO
Breve vademecum alla scoperta della psico-stranezza maschile

Prima parte: ADAMO e il primo sguardo.
Lui appena la vede ha già deciso se ne vale la pena o meno. Di cosa? Si riserva di scoprirlo, ma l’istinto lo predispone immediatamente al tentativo.
A differenza di Lei che, se ricambia l’interesse, inizia ben altro iter. (ma di questo se ne parla nell’ EVA e il primo sguardo.)
Sappiate solo che a Lui basta il colpo d’occhio. A lei serve una lente d’ingrandimento.
Il primo sguardo, per il maschio, è come un film a colori su due corpi nudi avvolti e sospesi in aria. I nostri film di quei momenti non hanno titoli, ne di testa né di coda, e non narrano la trama fino all’evento dinamico dell’amplesso, cominciano direttamente da li. Sequenze lunghe e piene d’atmosfera. Sappiamo che per le femmine lo stesso film ha tanto di titolo, trama, scene d’incontri, chiacchiere, cene, passeggiate, gite e co-protagoniste amiche e conoscenti, con finale rosa. A volte per il maschio intuire la lunghezza di quel film nello sguardo della Lei osservata, può essere demotivante, non gli piace vedere storie più o meno già viste. Gradisce più l’incognita di un percorso passo-passo che roba prevedibile. Amiche mie, dunque, in quel primo sguardo... occhio a rivelare la vostra natura d’autrici rosa. Per il maschio le scene immaginate sono solo il preludio.
E fin qui le fantasie e l’istinto.
Le cose si complicano quando per il maschio la Lei con cui ha incrociato lo sguardo è qualcosa di più. Se ne rende conto se tra le prime fantasie che produce c’è un bacio, e se alle immagini di nudi alterna qualche ipotesi circa le possibili reazioni di Lei. Quando il maschio immagina anche queste cose il suo istinto animale subisce una mazzata sul collo.
In questo caso non gli basta un sorriso per sentirsi autorizzato all’approccio, ha bisogno di recepire segnali più espliciti. Al contrario di colui che pregusta solo una ginnastica orgasmica a cui basta la sua stessa fantasia per buttarsi; per il nostro esempio precedente, tanto più è motivato e tanto più il fallimento lo frustrerebbe oltre quanto una Lei possa immaginare. È la sindrome del candidato, che accompagna il maschio fin dai primi passi verso il mondo femminile. Sa che avrà poco gioco nella decisione finale. E non lasciatevi ingannare dalla sua apparente sicurezza, nella pancia ha dei selvaggi che si scatenano in danze orgiastiche saltando fino ai polmoni e al cuore. Osservate con attenzione: respiro irregolare e orecchie paonazze!
Dallo sguardo all’approccio c’è la mannaia! Tanto più siamo attratti e tanto più i primi accenni di testosterone e adrenalina ci metteranno in difficoltà. Il Lui in questione potrebbe rendersi ridicolo soprattutto se tenta d'essere disinvolto mentre è vittima della chimica! Mentre se è troppo sincero potrebbe apparire stupido o persino sgradevole. Tuttavia, a differenza delle Lei, in generale, quando è in questo stato ha poco controllo di sé, si espone totalmente. Potrà apparire ridicolo, sgradevole o affascinante, dipende da quanto LEI ne sia interessata o meno. LUI si sente comunque un idiota, per quanto bene accolto, perché non ragiona: si muove e parla in automatico. Noi maschi non valutiamo, anche se lo sappiamo, che una Lei è capace di superare tutte le nostre ridicolaggini se percepisce e ricambia parimenti l’interesse.
Può succedere che un qualcosa di inspiegabilmente travolgente colga entrambi, e quel primo sguardo va oltre meccanismi più o meno comuni a tutti. In questo caso ci si avventura tra le passioni, dove ogni regola viene riscritta dai protagonisti.
Per concludere: l’ABC del primo sguardo da parte del maschio, forse persino troppo semplificato nell’esposizione, si ferma qui. Modelli diversi ma complementari. Per evitare di confondervi o di pretendere che l’altra parte pensi e agisca come voi, tenetene conto. Fosse solo per quei primi minuti in cui gettate uno sguardo all’altro o che vi sentiate spogliate dal suo.
(Continua)

lo sguardo primigenio è Nik Redian